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TREVISO-VALDOBBIADENE

TREVISO-VALDOBBIADENE - Camperarcobaleno

 

Tappa 14-23 Maggio 2015   59,2 KM - Cronometro individuale

NOI VISITIAMO: Il Montello nel Centenario dell'inizio della Prima Guerra Mondiale

 

Siamo in una zona collinare molto bella sia dal punto di vista paesaggistico che culturale, immersa nella storia che parte dai fasti della  Repubblica di Venezia sino ai giorni nostri.

Il nostro viaggio odierno è davvero itinerante perché la zona presenta svariati punti di visita e conoscenza.

Storicamente nata quale luogo di rifornimento di legni quali sostegno delle case  nate sull’acqua veneziana e per la costruzione di navi, ancora oggi il paesaggio è ricco di boschi e vigneti, case nobili e passeggiate immerse nella natura e luoghi di tranquillità e pace scelti per ritiri spirituali e religiosi.

La storia più recente, che andremo in maniera più dettagliata a raccontare, è fatta di duri combattimenti e morte durante la Prima Guerra Mondiale che qui visse le fasi più atroci e laceranti per l’intera storia umana.

Siamo a Nervesa della Battaglia, oggi una splendida e tranquilla cittadina sorta sulle rive del Piave. E’ la Schiavonesca la sua strada e su questa lasciò un segno indelebile il grande Pantani.

Dal centro ci dirigiamo verso il confine del paese, prima di entrare nel territorio di Giavera, dove, mediante un lungo viale alberato, iniziamo la nostra giornata alla scoperta di questi luoghi storici emozionanti.

La prima visita è all’Abbazia  di San’Eustachio,importante complesso benedettino risalente all’anno 1000  e voluta dal Conte di Collalto Rambaldo III. Di questo importante luogo di culto oggi rimangono solo dei solenni ruderi al suo ricordo, restauranti pochi anni fa e di cui si possono intravedere capitelli e volte, alcuni muri in parte affrescati e muri perimetrali

 

L ’ingresso all’Abbazia e il suo verde intorno ricordano che, anche su questi prati, la guerra ha mietuto molte vittime innocenti e la stessa Abbazia venne quasi del tutto demolita sotto il bieco stridore della guerra. La passeggiata è tranquilla e riparata da alti alberi che in estate mitigano il grande caldo. Lo splendido prato che si fa intorno ad essa è custodito gelosamente da persone che, annualmente, se ne prendono cura tramite le loro associazioni e meta di passeggiate domenicali di famiglie e gruppi di amici.

Sullo stesso stracciato carrabile, troviamo le indicazioni per visitare l’Ossario che, cammin facendo, spunta dall’alto della collina.

Tra splendidi filari di uva e un po’ in salita,attraverso la ‘strada turistica’  del Collesel delle Zorle,si arriva al piazzale che circonda la maestosa costruzione sorta durante gli anni del fascismo.

Il giardino intorno all’ingresso ci accoglie con alcuni pezzi di artiglieria mentre l’alta gradinata conduce verso l’ingresso del mausoleo. Due grandi stanze raccolgono i sepolcri con i nomi dei soldati, sono lapidi semplici in marmo color perla che ricordano i nomi e i loro destini; contadino, soldato… e poi i resti di chi non si è riusciti a dare un nome, una provenienza, una identità. A loro sono dedicati i versi di D’Annunzio e di Moretti, perché a tutti, in egual misura, bisognava in qualche modo dar voce.

Forse la parte più fredda, più triste e toccante è al piano superiore dove sono stati riposti oggetti di quella guerra, in parte ritrovati durante gli scavi per la costruzione di questo luogo. Scarponi, armi,cartucce, elmetti, oggetti di guerra, oggetti di morte. E poi foto, descrizioni di tanta ferocia umana, medaglie e volti.

 Ci vuole aria, un po’ d’aria e la necessità di  stare sotto al cielo per riprendere fiato, rimasto sospeso in quella torre fatta in maniera circolare, fatta in maniera che la testa giri in maniera vorticosa.

 Lo spettacolo splendido sulla pianura, sulla fitta coltre di alberi lanciati verso il cielo, verso il Piave che sembra guardi da questa parte, in questa giornata così stranamente limpida, aiuta a respirare. Ma il silenzio è lo stesso, dovuto all’infinito dove un tempo c’è stato tanto, troppo fragore. E ora il tempo qui si è fermato, nel silenzio di una Guerra, nel silenzio della morte.

 

Torniamo sui nostri passi, scendiamo da questo colle e rifacciamo la strada a ritroso, per immetterci in un’altra  strada in salita che conduce ad un altro luogo importante per ricordare, quest’anno, il Centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale: il Sacello di Francesco Baracca.

Non so per quale motivo questo sacello venne costruito in questo luogo, la leggenda vuole che qui venisse ritrovato il corpo dell’avviatore italianopiù conosciuto di questo periodo storico, ma sembra che la realtà non sia questa come le circostanze della sua morte siano ancora oggi avvolte nel mistero che, in fin dei conti,nulla turba alla sua memoria.

Avvolta tra cipressi e dalla splendida collina veneta curata e lavorata, il tempietto dalle colonne doriche e dalla cupola con la croce, dai fregi intrecciati tra loro e dalle parole grevi incise, dai simboli cari e noti a questo giovane uomo, alle firme dei suoi genitori, tutto è avvolto nel più fastoso ricordo di quella Battaglia del Solstizio del 19 giugno 1918, una delle battaglie più cruente dell’intero conflitto.

Termina così la nostra visita e il nostro racconto di una giornata sul Montello, ai piedi della collina, a Nevesa. Ci aspetta a casa sua, in centro del paese, nel viale alberato, il nostro amico Cillo con un’ombra’ fresca e rassicurante. Lui scherza ma è vero quello che racconta, il Piave non smette mai di raccontare queste triste storie, nelle lunghe notti di luna piena.

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(Lyla, Pastore Abruzzese, 12 anni, Mascotte di Camperarcobaleno)

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'