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Sacrario di Nervesa della Battaglia-Treviso-

Sacrario di Nervesa della Battaglia-Treviso- - Camperarcobaleno

'...Dormono Incoronati del Lauro e al Loro sacrificio senza Nome Vigila Fulgente la Gloria...'

 

 

Siamo in una zona collinare molto bella sia dal punto di vista paesaggistico che culturale, immersa nella storia che parte dai fasti della  Repubblica di Venezia sino ai giorni nostri.

Il nostro viaggio odierno è davvero itinerante perché la zona presenta svariati punti di visita e conoscenza.

Storicamente nota quale luogo di rifornimento di legni per il sostegno delle case  nate sull’acqua veneziana e per la costruzione di navi, ancora oggi il paesaggio è ricco di boschi e vigneti, case nobili e passeggiate immerse nella natura e luoghi di tranquillità  e pace scelti per ritiri spirituali e religiosi.

La storia più recente, che andremo in maniera più dettagliata a raccontare, è fatta di duri combattimenti e morte durante la Prima Guerra Mondiale che qui visse le fasi più atroci e laceranti per l’intera storia umana.

Arriviamo a Nervesa della Battaglia, una quieta e bella cittadina da cui si gode il panorama sul Piave e che viene solcata dal Canale Vittoria dal tempo del fascio.

Nervesa prende il nome ‘della Battaglia’ dopo che qui venne combattuta uno delle più feroci scontri della Prima Guerra Mondiale, quella della Battaglia del Solstizio del 1918.

Poco dopo il centro dell’abitato ci dirigiamo verso il lungo e bel viale alberato che conduce al cimitero.

Da qui ci sono tre luoghi da visitare: il Sacrario del Montello, l’Abbazia di Sant’Eustachio e il Ceppo in ricordo di Francesco Baracca.

L’Abbazia è in questo periodo in via di ristrutturazione per cui non la si può visitare.

La prima tappa è il Sacrario del Montello,che svetta sul ‘Colesel delle Zorle’  aperto anche oggi alla cui guardia vi sono due cordiali alpini che accolgono i turisti, tra cui una famiglia australiana.

L’ampio parcheggio si trova  ai piedi del sacrario, un edificio costruito nel 1935 a forma cubica con un piazzale in cemento, simile ad altre costruzioni con la stessa funzione di Sacrario e di Ricordo

Lasciamo subito il caldo mattutino quando dalla ampia scalinata, dove sono posti dei pezzi di artiglieria pesante, ci inoltriamo nell’atrio del complesso monumentale.

Su un tavolino il grande libro delle presenze e la croce in ferro.

I suoi lunghi corridoi che si aprono ai lati del piano inferiore abbracciano in silenzio i resti delle povere anime cadute in quei combattimenti. Soldati semplici e graduati, ognuno con il suo nome e cognome in ricordo, ognuno nei suoi resti mortali dietro a questi loculi in marmo. E poi coloro ai quali nn è stato possibile dare nome ma con la stessa grande dignità che si deve a uomini che hanno combattuto, uomini dalle vite spezzate.

Sono stati raccolti da vari cimiteri della zona queste povere anime, seppelliti dopo le battaglie nei campi santi più vicini e poi, dopo la realizzazione del Sacrario, portati qui, nel 1935.

Sui muri in pietra e marmo frasi altisonanti di Gabriele D’Annunzio e di Carlo Moretti. Qualcuno ha riposto, ai piedi di un muro dove sono alcuni loculi, un fiore rosso.

L’interno del sacrario è composto da tre livelli a cui si accede tramite scale, gironi in granito, aperti e lineari, chiusi da un tetto a vetro da cui entra una luce non aggressiva.

Un altare in marmo nero del Carso è posto al centro delle ali del sacrario,  un’opera lineare e geometrica che sembra voglia racchiudere in sé in un abbraccio simbolico tutti i loculi dei defunti.

Al secondo piano si apre al pubblico il Museo composto da teche in vetro con tematiche varie della guerra e della vita quotidiana dietro alle trincee e nelle battaglie.

Reperti di guerra, fotografie, vettovaglie, oggetti di uso quotidiano, mazzi di carte, mappe,resoconti storici: ogni pezzo è stato catalogato ed esposto con spiegazioni, in una ricerca storica dettagliata.

Il Piave Mormorava, recita la canzone il cui testo è racchiuso in un vetro di un quadro, raccontando la storia vera e inumana di un sacrificio umano immenso.

Dall’osservatorio, ultimo piano del complesso, che si scaglia verso il cielo, sulle balaustre in cemento vi sono delle placche in ferro che indicano vari luoghi in lontananza: Venezia, Nervesa, Il Piave, l’Abbazia di sant’Eustachio.

 

Lo spettacolo splendido sulla pianura, sulla fitta coltre di alberi lanciati verso il cielo, verso il Piave che sembra guardi da questa parte, in questa giornata così stranamente calda di metà aprile, aiuta a respirare.

Ma il silenzio è lo stesso, dovuto all’infinito dove un tempo c’è stato tanto, troppo fragore.

E ora il tempo qui si è fermato, nel silenzio di una Guerra, nel silenzio della morte.

 

 

 (A.L.)

 

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Genova, 14 Agosto 2018 Ponte Morandi

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'

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