Roma

Roma - Camperarcobaleno

-Museo Centrale del Risorgimento

-Museo Ossario Garibaldino-

-Area Sosta-


-Museo Centrale del Risorgimento-

Difficilmente nel mondo ci si trova in una città paragonabile a Roma, centro di incontro di mille popoli dall’alba del mondo umano, crocevia di lingue e civiltà diverse, ognuna delle quali ha lasciato una sua particolare impronta. Non vogliamo con questa pagina raccontarvi la storia di Roma iniziando, come si fa nella scuola elementare, dalla Leggenda di Romolo e Remo con Mamma Lupa, né pretendiamo di esporre itinerari turistici che con il mondo risorgimentale hanno poco a che fare ma vogliamo solo mettere in luce uno dei mille tesori che questa città è riuscita in questo 2011 a restituire al mondo, il suo Museo Centrale del Risorgimento e magari qualche altro ricordo di quel periodo affascinante sotto il profilo umano e sociale.   

Ci troviamo al Vittoriano, cuore  della capitale italiana, il grande complesso di marmo con l’altare della patria, la Tombadel Milite Ignoto,  il Sacrario delle Bandiere all'interno il Museo Centrale del Risorgimento.

E' lì da molti anni  e nelle sue sale ampie e dalle volte alte si racconta la storia d'Italia, del Risorgimento, che 150 anni fa ebbe il suo culmine  con la proclamazione dello Stato unitario. 

Dopo alcuni mesi di chiusura, il Museo Centrale del Risorgimento  riprende il suo corso  presentandosi al pubblico  con una nuova veste. 

Molte opere sono state completamente restaurate, teche che presentano  una chiara illuminazione atte a svelare i tesori che contengono, tesori tutti da scoprire lungo un viaggio che si snoda in ordine temporale, dal Congresso di Vienna fino a novant'anni fa,  poiché  il Risorgimento Italiano va oltre la breccia di Porta Pia e la presa di Roma ma arriva a toccare il  Novecento con la Prima Guerra Mondiale per giungere ad una data importantissima e ricca di significato non solo storico ma soprattutto umano, il 4 novembre 1921. 

Per coloro a cui è sfuggito il perché di quella data, ricordiamo che in quel giorno  i  poveri resti di un Soldato senza nome, morto sul Carso, vennero tumulati sul fronte del Vittoriano, sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II e l'effige della Dea Roma. 

 

 

Il Museo Centrale del Risorgimento ci racconta  di oggetti, opere pittoriche, busti di marmo e bozzetti di bronzo, scritti e documenti, tutti riconducibili alle vicissitudini di Uomini noti quali Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso conte di Cavour, Vittorio Emanuele II, Attilio Bandiera  ma anche di quei tantissimi Uomini che la Storia ha purtroppo relegato in pagine meno note della nostra storia italiana ma non per questo meno importanti che qui si possono conoscere e riscoprire attraverso documenti autografi, libri dell’epoca, busti dagli sguardi severi e perentori che ben si affiancano a oggetti di uso quotidiano che si mostrano e si fanno opere uniche.

 

La penna,  gli occhiali di Giuseppe Mazzini dalla loro forma minuta e dalla montatura dorata che hanno accompagnato quest’uomo genovese (ricordato nella nostra pagina su Genova Risorgimentale) nei suoi lunghi scritti, appunti e idee lasciate in fretta su fogli approssimativi e poi la sua spada, inattesa presenza, di un uomo chiamato Pippo che forse mai avrebbe potuto sfoderarla in segno di guerra.    

Tra queste sale ritroviamo tutta l’irruenza e la caparbietà dell’Eroe dei Due Mondi e ci fanno sorridere i suoi jeans, lì in bella mostra, un po’ corti di gamba ma ricchi di esperienza umana, indossati per un defilè particolare, la campagna di Sicilia che forse stonano un po’ con quelli a rigoni che danno invece lustro più ad un mondo sudamericano che genovese. 

E la bandiera  della legione italiana in Uruguay fatta  nel 1846 per lui; e poi  tazze e piatti, oggetti ricordo con il suo viso, segno della devozione degli italiani per l'uomo dello sbarco a Marsala.  

Da solo, forato dal proiettile che lo colpì in Aspromonte, un suo stivale ben usato e una coperta usata per avvolgere il comandante ferito in compagnia dei  bisturi del chirurgo che lo operò. 

Il simbolo di tutto ciò,  la  camicia rossa, ( più giacca che camicia)  in pesante tessuto di panno, appartenuta a chissà chi tra i mille, tra quei ragazzi che in realtà sembra fossero di più , forse 1089  i cui volti si possono ritrovare in un album fotografico in cuoio, foto scattate quasi per gioco prima della partenza dallo scoglio di Quarto, come se si preparassero ad una gita di piacere. Visi giovani, occhi teneri che esprimevano non solo la fiducia e la forza in quel comandante bello e biondo, ma la speranza in un futuro meno scuro.   

La breccia di Porta Pia ci viene incontro in un pezzo di muro  abbattuto e le schegge di granate, come se ancora una volta qualche voce ci ricordasse che nonostante tutto siamo gli uomini di sempre e che la guerra porta solo distruzione.  

E purtroppo troviamo poco respiro ma grande commozione nella grande  sala dedicata alla Prima Guerra Mondiale, dove siamo accolti da  armi e bandiere, gagliardetti  e lettere intrise di paura e di morte, speranza e amore, scritte dal fronte. 

 Laffusto di cannone usato per trasportare da Aquileia a Roma la salma del milite ignoto ci riconduce ad un piccolo schermo in cui sono  proiettate immagini regalate alla storia di un giorno non qualunque, il giorno in cui una bara senza nome scelta tra undici bare senza nome nella basilica di Aquileia il 28 ottobre 1921 da Maria Bergamas, madre  triestina dl un  figlio caduto nella grande guerra.  

Quella bara contenente un uomo senza nome ma non per questo meno eroe di una guerra non voluta da lui,  comincia, sull'affusto di cannone, il lungo viaggio verso Roma, in treno, attraversando mezza Italia, tra una folla silenziosa e commossa inginocchiata lungo le rotaie fino alla solenne cerimonia della tumulazione in piazza Venezia.  E noi in silenzio rimaniamo, colpevoli e consapevoli della nostra piccolezza umana di fronte a simili tragedie.  

Questo è il nostro diario di una visita al Museo Risorgimentale di Roma. Forse eravamo entrati con un altro spirito, meno triste e più propensi alla conoscenza e all’approfondimento storico che stiamo cercando sul nostro sito di raccontarVi. Ne siamo usciti profondamente colpiti e arricchiti ma anche  lacerati e sconfortati nel vivere la sala della Prima Guerra Mondiale e nel guardare, occhi dentro gli occhi, i visi di quei giovani garibaldini. Uscendo dal Museo siamo stati investiti da un caldo allucinante e dal solito rumore della città del nostro tempo. Ma ci è voluto un po’ per riaccendere il telefonino e per ricominciare a parlare tra di noi…..  


-Museo Ossario Garibaldino-

 Troviamo il Mausoleo Ossario Garibaldino  sul Gianicolo in località Colle del Pino, dove tra la fine di aprile del 1849 sino al mese di luglio dello stesso anno , si svolse la eroica difesa della Repubblica Romana proclamata il 9 febbraio.  

 Progettato da Giovanni Jacobucci (1895-1970) e inaugurato il 3 novembre del 1941, il Mausoleo accoglie i resti dei caduti nelle battaglie per Roma Capitale dal 1849 al 1870. 

La necessità  di ricordare  i caduti per Roma  venne dal lo stesso Garibaldi e da suo  figlio Menotti i quali  si fecero anche  promotori della legge che riconobbe nel Gianicolo il luogo dove raccogliere i resti dei patrioti. 

Venne  realizzato un primo sepolcreto sulla base di attente verifiche  per individuare le salme, alcune delle quali erano tumulate al Campo Verano, mentre quelle del 1870 erano ancora sepolte sui luoghi delle battaglie presso le Mura.  

L’idea di realizzare un Mausoleo fu ripresa intorno al 1930 quando Ezio Garibaldi, figlio di Menotti,   la fece propria sostenendone quasi per intero  i costi. La progettazione del monumento fu affidata a  Jacobucci, mentre la realizzazione fu curata dagli Uffici Tecnici del Governatorato. 

Al centro di un’area recintata si trova un severo quadriportico in travertino, formato da tre archi a tutto sesto su ogni lato, e in posizione elevata su una gradinata, racchiude il nucleo centrale dell’ opera architettonica: un'ara ricavata da un unico blocco di granito rosso di Baveno, ornato da figurazioni allegoriche ispirate all'antichità romana, tra cui la lupa, l’aquila imperiale, scudi e gladi che si ripetono quale apparato decorativo in tutto il Mausoleo. 

 Agli angoli del quadriportico, quattro piedistalli in travertino sorreggono quattro bracieri bronzei decorati con teste di lupa che vengono accesi nel corso delle ricorrenze ufficiali.

Sui piedistalli sono ricordate le battaglie più significative per la liberazione di Roma:  

 1849 Vascello, San Pancrazio, Velletri, Monti Parioli, Villa Spada; 

 1862 Aspromonte; 

 1867 Monterotondo, Mentana, Villa Glori, Casa Ajani;  

 1870 Porta Pia, San Pancrazio. 

Sul retro una doppia rampa di scale scende al Sacrario, chiuso da un imponente portale bronzeo. Il commovente ambiente è diviso in due zone: un ingresso con piccole absidi laterali e un vano quadrato, che ha al centro un grande pilastro circolare decorato con palme e croci votive in alabastro. 

Il soffitto a volta ribassata è ricoperto di tessere musive in oro; marmi policromi rivestono il pavimento e le pareti, sulle quali sono disposti 36 loculi chiusi da lapidi che ricordano i nomi di oltre 1600 caduti.  

Nei loculi sono conservati solo pochi resti  per lo più anonimi, rinvenuti nel corso delle varie ricerche e scavi. Nella parete di fondo è posto il sarcofago in porfido con le spoglie di Goffredo Mameli,  ferito a morte proprio sul Gianicolo nel 1849 a soli 22 anni. 

Tra i tanti caduti ricordiamo il nome di due delle tante donne delle quali in tutti questi mesi abbiamo raccontato la vita e che ancora racconteremo, Colomba Antonietti Porzi e Giuditta Tavani che qui riposano. 

Infine numerose sono le iscrizioni che ricordano i fatti storici, luoghi delle battaglie , pensieri e testi legati alle vicende  e ai personaggi che vi sono celebrati, come due lapidi della cripta con gli Ordini del giorno del Municipio e del Triumvirato Romano (Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi, Carlo Armellini) e l’epigrafe a mosaico estrapolata dagli scritti mazziniani.  


-Area Sosta-

Molte possibilità di sosta, la maggior parte comode per poter prendere mezzi pubblici diretti in centro città. Alcune di queste non sono ben servite, polverose e poco attente e con pochi servizi, altre più ‘disponibili’ e tranquille, sorvegliate e pulite. Purtroppo in alcune dobbiamo segnalare una poca disponibilità alla presenza dei cani

 

 

 

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'

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