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Procida e Mimì-che-viene-dal-nord

Procida e Mimì-che-viene-dal-nord - Camperarcobaleno
Ricordi d'infanzia

I ricordi di bambina, poi quelli di ragazzina e ora, con un po’ di nostalgia, quelli di una donna con tanti anni sulle spalle. Ma se la pelle è una tavolozza di rughe, se le mie mani non sono più sottili come quelle affusolate di giovani pianiste, i miei ricordi di quella terra sono sempre vividi, leggeri e precisi. Ricordo gli odori acuti di un’isola abbacinata dal sole, le terrazze sporgenti verso il mare di un blu esaltante, le innumerevoli viuzze solcate da ciottoli corrosi dai passi dell’uomo e dagli zoccoli dei muli, carichi di merce proveniente dal porto. Procida era questa, nessun turista, nessun negozietto alla moda. Una maglietta e un paio di pantaloncini, questo era il mio abbigliamento per tutta l’estate, rigorosamente scalza,rigorosamente con le ginocchia sbucciate. E io, attorniata da una miriadi di bimbi, trascorrevo lì le mie estati. Mi chiamavano Mimì-che-viene-dal-nord solo perchè mio padre non aveva voluto continuare come il nonno a fare il pescatore, ma il carabiniere. Mimì veniva dal nord...veramente venivamo da Bologna ma per loro era ‘nord’. I miei amici mi chiedevano se avevo mai visto la neve, io chiedevo loro di farmi vedere le grotte, i fondali. La casa dei nonni era come tutte le altre, a pelo sull’acqua, con un terrazzo ricoperto di uva e dal profumo costante di panni stesi al sole, lenzuola bianchissime dalla trama spessa che, nel letto, grattavano un po’, colpa forse anche dell’aria marina. Ricordo l’entrata della casa, direttamente da un vicolo che portava, in salita, verso una piccola piazzetta. La cucina era ampia, alcune sedie, un tavolone lungo e stretto, in fondo una credenza contenente piatti dai bordi scheggiati, alcune pentole e un grosso ronfò. Un arco coperto da una tenda verde copriva la veduta verso la stanza da letto dei nonni dove vi erano in bella mostra una miriade di santini, ceri e rosari. Una scala esterna portava al piano sottostante, una volta abitata dalla sorella di mio nonno e poi divenuta ‘la camera bella per gli ospiti’...un letto scricchiolante e una sedia su cui riposava beato un dimenticato asciugamano. Intorno un immenso giardino, completamente chiuso da alte mura in pietra, luogo delle mie scorribande e piacevoli merende a base di pomidoro e fichi d’india. Lì negli ultimi anni viveva il nonno, seduto su una sedia, intento a meditare su chissà che cosa. Parlava un dialetto tanto stretto che io non capivo ma lui mi guardava, poi alzava una mano dal bastone su cui era appoggiato e me la poneva sulla testa. Queste erano le sue carezze. Procida era sempre piena di pesce, l' aragosta era uno di quei piatti consueti insieme ai fichi, ai peperoni e a certe melanzane che assomigliavano di più al cocco. E poi la pasta, fatta sempre in casa, lunga e sottile, fatta asciugare al sole, appesa su vecchi bastoni sulla terrazza. Ricordo Assunta, una donna dai vestiti malandati che portava a mia nonna la ricotta di pecora e l’odore che lasciava nella cucina quando se ne andava e ricordo Giovanni che ogni mattina rientrava con la sua barca ricolma di pesce e pensavo che da grande lo avrei sposato da quanto era bello. La vita scorreva allo stesso ritmo dello sciabordio del mare, su quelle spiagge il cui unico rumore era le nostre grida di bimbi che passavano l’intera giornata a tuffarsi dagli scogli o a giocare a nascondino tra le barche. Il ciottolato del porto di Procida me lo ricordo ancora perfettamente, saprei dire dove si trova quel ciottolo che locciava o quello da un colore più scuro e ricordo anche le lacrime di molte madri che salutavano il proprio figlio che stava per partire, per una vita forse migliore. Non so. Ma ricordo quei visi, mia nonna Marianna, esile, dai capelli bianchissimi come onde del mare, sempre lo stesso vestito lungo e scuro, sempre gli stessi orecchini e sempre la pelle raggrinzita dal sole...quante storie mi ha raccontato, sedute sotto il portico e quante risate ci siamo fatte insieme quando mi raccontava del suo fidanzamento con il nonno, taciturno e burbero, che a mala pena sapeva scrivere il suo nome. Si chiamava Giosuè e in paese tutti lo chiamavano ‘Giosuè il calamaro’, chissà perchè. Quando glielo chiedevo lui si limitava a ridere e a chiudere gli occhi. Procida, isola meravigliosa che custodisce ricordi di vite così semplici e talmente banali da farle apparire meravigliose e che nessun turista potrà mai conoscere, Procida, la mia isola. Mimì

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Ho ideato una pagina in cui Ti racconto dei miei viaggi, delle immagini e degli aneddoti sulla mia avventura insieme a Lyla e a Camperarcobaleno. Di ogni pagina troverai molte altre fotografie relative agli articoli scritti nel sito. Ti aspetto. Alberta con Lyla

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(Lyla, Pastore Abruzzese, 11 anni, Mascotte di Camperarcobaleno)

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'