Portobuffolè

Portobuffolè - Camperarcobaleno

Dove il tempo si è fermato

 

 

Al confine tra Veneto e  il Friuli-Venezia Giulia, sulle rive del fiume Livenza, inizia il nostro viaggio o, meglio, il nostro sogno.

Sogno perché arrivare in un luogo come questo e ‘camminarci dentro’ è davvero sinonimo di un sogno, una visita unica nel suo genere,in una terra sconfinatamente bella e preziosa

Poco lontano dalla tranquilla Oderzo, si trova l’antica città di Portobuffolè la cui storia e destino vale la pena raccontare, non per spiegare meglio la sua bellezza ma per dispiegare meglio la sua ricchezza.

Sorto nel III secolo a.C. come minuscolo villaggio composto da contadini e pescatori  a sette miglia da Oderzo, Septimum de Liquentia , qui venne traslato, nel VII secolo dopo Cristo  il corpo di  San Tiziano di Oderzo.

In un antico documento datato prima dell’anno Mille viene citato il luogo quale "castro et portu...in loco Septimo" affermando così l’esistenza di un luogo fortificato e dotato di un porto e di un attracco sul fiume che in breve tempo assume una notevole importanza.

Passato in epoca feudale sotto il dominio di importanti autorità ecclesiastiche, è con il 1300 che Portobuffolè entra a far parte della Repubblica della Serenissima aprendo così un lungo periodo di prosperità e ricchezza diventando un  importante centro di traffico commerciale e culturale ed  elegante luogo di dimora e di lavoro di molti avvocati, notai, architetti ,artigiani e mercanti anche stranieri.

Nel ‘700 è sotto il controllo della Francia prima e dell’Austria poi con varie vicissitudini storiche, con il 1886 entra a far parte del Regno d’Italia vivendo anch’essa, in tempi più recenti, il dramma delle Guerre Mondiali, il dramma delle alluvioni e quello dell’abbandono da parte di molti cittadini a causa del poco lavoro.

Ci troviamo immersi in una Venezia in miniatura dove il tempo sembra essersi fermato.

Si entra in Portobuffole’ da un ponte, sotto di noi ‘acqua del Livenza scorre senza fretta così come senza fretta abbiamo voglia di scoprire questo centro storico. Le sue vie, in acciottolato, sono ingentilite da nobili palazzi dall’antico profumo veneziano, con bifore  e trifore  arricchite da splendidi geranei rossi. Questa è Piazza Beccaro da cui facilmente si può trovare Casa Gaia, una bellissima palazzina  del Trecento con bifore gotiche trilobate e affreschi alle pareti del portico in cui visse Gaia da Camino.

 Questa casa- torre di stampo tipicamente medievale era disposta in maniera che al piano terra trovassero collocazione i magazzini e gli ambienti per la servitù. Il primo dei piani superiori, il piano nobile, era composto dalla grande sala di ricevimento con un focolare. Questa era affiancata alle camere da letto dei signori, perché la più calda. Al di sopra di questa le stanze dove vivevano i domestici e sotto al tetto, le cucine, oggi non più visibili.

Degni di nota di Casa Gaia sono gli affreschi del XIV e XV secolo, pitture con soggetti della realtà cortigiana,le  visite del contado, i guerrieri con le armature, i paesaggi.

La leggenda vuole che le due figure monocrome che incorniciano la finestra del corridoio al primo piano, siano i ritratti di Tolberto e Gaia intenti ad accogliere gli ospiti.

Questa, figlia di Gherardo da Camino, Signore di Treviso e Capitano di Belluno e Feltre, sposa nel 1293 Tolberto Da Camino e fanno di Portobuffolè la loro residenza ufficiale.  Proclamati nel 1307 Signori della città, gaia fu una scrittrice colta e raffinata, una delle poche donne a saper scrivere in provenzale, ad accogliere narratori e poeti, appassionata e amata da molti uomini. Naturalmente la storia narra di questa persona non in  una sola versione. Chi la dipinge come dissoluta e degenerata, chi invece la ricorda quale donna molto pia e generosa, al di sopra di ogni peccato terreno.

Chi la rende poi ‘immortale’ sarà Dante Alighieri il quale troverà, nel canto XVI del Purgatorio, uno spazio anche per lei. Venne affascinato certo dalla sua bellezza durante il suo soggiorno a Portobuffolè quale ospite di Gherardo ma forse non contraccambiato nel suo sentimento d’amore.

Lasciata la visita esterna a questa nobile casa si incontrerà la Torre Comunale risalente al  X secolo ed unica delle sette antiche torri del castello. Costruita in laterizio ha la peculiarità di aver avuto , sull'orologio, una grossa fessura  da cui i condannati venivano calati nella sottostante prigione.

Il Municipio presenta una grande  loggia ed eleganti finestre a sesto ovale con  iscrizioni e stemmi cinquecenteschi.

Moltissimi sono i luoghi appartenuti alla storia e da visitare dentro e fuori le mura di questo borgo, ma allo stesso tempo ci è dolce camminare su questi ciottolati antichi, tra queste vie strette composte da palazzi nobili e curati, vederne i giardini e seguire il percorso del fiume sotto al ponte, le piante che in esso si specchiano, fantasticare di barchette in legno che legavano le loro cime ai vecchi e arrugginiti ferri inglobati nei muri corrosi dall’acqua. Ci è caro assaporare il silenzio del luogo, le panchine sotto il fresco degli alberi che fanno capolino da muri di cinta di giardini privati, i pozzi chiusi da tempo che sono diventati aiuole per tulipani ed edere sottili. Si avverte la gentilezza di un tempo, l’eleganza dei modi,  come se la Serenissima non fosse mai uscita da quelle massicce porte, un tempo provviste da ponti levatoi.

Una visita particolare e ineguagliabile da scoprire in ogni momento dell’anno, certi che questo fiume, il Livenza, abbia ancora molto da raccontare prima di giungere al mare.

(A.L Agosto 2016)

 

 

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'