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Petrarca racconta

Petrarca racconta - Camperarcobaleno

Arquà

 

 

Il nome di Arquà è indissolubilmente legato alla vita e alle opera di Francesco Petrarca, borgo tra i Colli Euganei, luogo scelto dal poeta per trascorrere gli ultimi anni della sua vita. Oggi, la sua casa e i suoi luoghi sono rimasti intatti dal tempo e la visita al borgo medievale è quanto mai affascinante e ricca di immagini prestigiose.

Un borgo estremamente elegante e nobile dove l’architettura medievale sposa pienamente lo stile gotico veneziano del ‘400 e dove tutto rotea intorno ai luoghi del poeta.

Petrarca conosce Arquà nel 1364, malato di scabbia e per questo costretto ad Abano Terme. Gli rammenta la sua terra, la Toscana, quei luoghi ricolmi di vite di olivo, mandorli e faggi. Ha la possibilità di avere per sé una casa e un vasto terreno da restaurare e da modificare per sé e per la sua famiglia. Una abitazione ‘modesta ma decorosa’ pare avesse l’abitudine di affermare, una casa con un giardino e con un brolo, divisa con la sua servitù. L’interno è rivisto per le sue esigenze di vita, uno studio, una sala di rappresentanza.

E anche se dopo la sua morte vari proprietari si sono succeduti, rimane sempre su di questa l’alone della sua presenza, un’impronta che mai viene cancellata e, anzi, nella metà del ‘500 il proprietario di allora, fa dipingere affreschi ispirati alle sue opere.

Oggi al suo interno, dopo che il Comune di Padova ne diventa proprietario, sono visibili alcune edizioni dei suoi scritti, il suo studio, la libreria e la sua sedia insieme al ricordo della sua amata gatta, ancora oggi vigile anche se imbalsamata.

 Ma Arquà non è solo vita tangibile del Petrarca, è anche testimone della sua scomparsa. Le cronache raccontano di una vita che si spegne a mezzanotte in punto del 18 Luglio 1374, chino sui suoi libri, sulla sua scrivania. Leggenda o meno, tutta Arqà si ritrovò per il suo funerale nella chiesa parrocchiale come aveva chiesto nel suo testamento, chiesetta che ancora oggi si può ammirare nonostante,anche lei, abbia subito un po’ di rimaneggiamenti. La facciata, in stile romanico, racchiude un’unica navata con tre altari e con tetto a travatura a vista.

Dopo alcuni anni dopo la sua scomparsa, il corpo del poeta venne spostato nell’Arca, ancora visibile nella graziosa piazzetta nel paese, arca fatta costruire dal genero del poeta.

In marmo rosso di Verona, che tutt’oggi racchiude le sue spoglie, riproduce in maniera esatta gli antichi sarcofagi romani e reca la frase dettata dallo stesso Petrarca:

‘Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli, o Vergine Madre, l’anima sua, e tu, figlio della Vergine, perdona. Possa essa, stanca della terra, riposare nella rocca celeste.’

La passeggiata tra il borgo del Poeta è piacevole e può essere breve se non passeggiate tra vie e piazzette 'col naso all'insù', per perdervi costantemente ad ammirare angoli e panchine in pietra in attesa di ascoltare antiche novelle.

Il borgo è composto da serpeggianti rampe che, portando il turista dalla parte bassa del paese a quella alta, spiegano molto bene la sua forma e la costruzione sul colle di case in pietra, vecchi lavatoi, abbeveratoi e dalla Fontana del Petrarca, così chiamata anche se fu costruita nel duecento. 

 

Non mancate la visita a questa, luogo dove un tempo si raccoglieva l'acqua per gli usi domestici e dove, leggenda o no, veniva anche Petrarca. 

Non mancate di ammirare la pianta di vite che letteralmente sbuca dal muro di una casa, di un'osteria, che stranamente vive godendo del caldo sole che la illumina.

E, sempre col naso all'insù, cercate di trovare il piccolo affresco testimone di un antico 'ospedale' e di riposo per i pellegrini che di qui passavano e che potevano trovare rifugio e ristoro per una notte.

Non per ultimo per importanza una visita ad una delle numerose ville che vennero costruite non molto lontano dalla casa del Poeta, più per 'tono' che per amore della cultura. Qui se ne trova una particolare, appartenuta ai Pisani e resa simile a quella più grande che ancora oggi si trova a Strà e di cui abbiamo parlato alla pagina 'Serenissime Gemme'. Insomma, una grande villa in miniatura.

 

 

 

 

 

 

 

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'