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Pavese racconta

Pavese racconta - Camperarcobaleno

Le Langhe

 

 

Ritorno sempre con un piacere immenso tra quelle colline dove Cesare Pavese, ma non solo lui, è nato ed è vissuto, per assaporare a pieni polmoni il fragrante profumo dell’erba appena tagliata ai piedi dei filari di uve generose, dove i trattori sembrano scivolare giù da un momento all’altro da colline impervie, vivide e  vitali dove la mano e la volontà dell’uomo solcano in maniera così perfetta e geometrica la terra che pulsa.  

 

Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti è terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo.

 

 Ritorno sempre in autunno al paese di Cesare,  Santo Stefano Belbo, suo  paese natale , così diverso dalle immagini che ci ha voluto lasciare  ne ‘La Luna e i Falò’, lui così sempre schivo e timido, alle volte vergognoso,verso la sua terra di cui  racconta la sua casa natale e il laboratorio dell’amico falegname e musicista Nuto

 

 Certe volte scappavo sullo stradone fino alla casa del salto, nella bottega del padre di Nuto. Qui c’erano già tutti quei trucioli e quei gerani che ci sono ancora adesso. Qui, chiunque passasse, andando a Canelli o tornando, si fermava a dir la sua, e il falegname maneggiva le pialle, maneggiava lo scalpello o la sega, e parlava con tutti, di Canelli, dei tempi di una volta, di politica, della musica e dei matti, del mondo.  

 

 E qui vi è l’amore per il suo fiume, il Belbo, che per lui è il suo mare, luogo fondamentale per la sua infanzia per i giochi di bambino e di adolescente per i sogni 

 

 Non lo dissi a Gosto, perché a dirle queste cose non sono più niente; ma quando ci svegliammo sotto il ponte, nel sole, e fuori dell’arcata si vedeva l’acqua correre sotto le piante, m’accorsi che anche il Belbo andava al mare e che la sabbia dove avevamo dormito era una spiaggia.

 

Il fiume Belbo che ancora oggi divide le due colline del Salto e del Gaminella.  

 

 La collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive, un pendio così insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima – e in cima, chi sa dove, ci sono altre vigne, altri boschi, altri sentieri – era come scorticata dall’inverno, mostrava il nudo della terra e dei tronchi. La vedevo bene, nella luce asciutta, digradare gigantesca verso Canelli dove la nostra valle finisce

 

 Santo Stefano è il luogo mito per Pavese,è il tempo della spensieratezza, dei sogni, delle illusioni e dei giochi. E’ la positività di una mente giovane che non vede che la bellezza della vita con il suo scorrere lento e leggero del tempo, è il luogo sicuro di ognuno di noi, dove nulla può accadere se non fatti positivi che sanno di buono e soprattutto dove tutto ancora sembra possibile poter realizzare. Cesare si porterà sempre e per sempre il suo paese nel taschino, una forma di amore e nello stesso tempo di odio a cui andrà sempre e comunque, in fondo, fiero perché fatto dello stesso odore.

 

Io sono un uomo molto ambizioso e lasciai da giovane il mio paese, con l’idea fissa di diventare qualcuno. Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone principale dove giocavo da bambino. Siccome – ripeto – sono ambizioso, volevo girar tutto il mondo e, giunto nei siti più lontani, voltarmi e dire alla presenza di tutti: “ Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là”. Certi giorni, studiavo con più attenzione del solito il profilo della collina, poi chiudevo gli occhi e mi fingevo di essere già per il mondo a ripensare per filo e per segno al noto paesaggio.

 

 Ma Santo Stefano Belbo è anche per lui cio’ che mai lo potrà tradire, è la salvezza estrema di un uomo che, volendo andare per il mondo, sa di certo che comunque e dovunque egli andrà , ci sarà sempre il suo paese ad aspettarlo, come se fosse una madre  

 

 Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

 

 Ma Cesare sa che il mondo non inizia e non finisce a Santo Stefano e così scrive

 

 Così questo paese ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo…

 

 Questo minuscolo paese è invece  una porta per andare nel mondo, in un mondo fatto di città e di modernità e quindi di maturazione e la città che gli dà questo è la vicina Canelli. Città importante e fastosa, racchiude il famoso Castello oggi di proprietà della famiglia Gancia ed è rinomata per il vino, lo spumante e il tartufo.

 

 Per Pavese è luogo obbligato per poter accedere a spazi quasi infiniti, un futuro fatto di città dove poter cominciare a realizzare i propri sogni di ragazzo o buttarli via, o modificarli,  Canelli è luogo dove ci si può perdere, luogo di peccato fatto di amori rubati e di soldi facili, dove la gente prende posizione ed è anche sinonimo di caserma di fascisti. 

 Quindi Canelli, essendo città, è il contraddittorio in assoluto, la prima tappa di quello che può essere una grande città (o una vera città) ed è ‘una cosa su cui non puoi mai contarci’,  è l’antitesi di quel mondo contadino e scandito dal lavoro della terra, uguale un giorno ad un altro secondo i lavori agricoli e dalle fasi lunari, dove gli amori erano sempre quelli, da sempre.  

 

 Adesso non m’importava più se di là da Cassinasco non avrei visto il mare. Mi bastava sapere che il mare c’era, dietro discese e paesi, e pensarci camminando tra le siepi. Ci pensai tutto il pomeriggio, perché la collina è quasi piana e uno che guardi crede sempre di arrivare e non c’è mai. Terrazze, giardini e balconi se ne vedevano a ogni svolta, e io in principio li guardavo, specialmente le piante che avevano una foglia o un colore mai visto. Era un’ora, quella, che nessuno passava, solo qualche biroccio. Fermandosi, di là dalle siepi si sentiva la vigna e si vedevano le cane: è questa la bellezza di Canelli. Sembra di essere lontano, in un paese diverso, e la collina non è più collina, anche il cielo è più chiaro, come quando  fa sole e piove insieme, ma la campagna la lavorano e fan l’uva come noi.  

 

 M’accorsi allora che tutto era cambiato. Canelli mi piaceva per se stessa, come la valle e le colline e le rive che ci sbucavano. Mi piaceva perché qui tutto finiva, perch’era l’ultimo paese dove le stagioni non gli anni s’avvicendano. Gli industriali di Canelli potevano fare tutti gli spumanti che volevano, impiantare uffici, macchine, vagoni, depositi era una lavoro che facevo anch’io – di qui partiva la strada che passava per Genova e portava chi sa dove.

 

 Cossano Belbo, altra tappa importantissima per il profondo stampo letterario pavesiano, ritrova la sua importanza in ‘La Luna e i Falò’, luogo dove erano andati ad abitare i genitori adottivi di Anguilla, trasferiti dalla collina di Gaminella. 

 

 A Cossano, dov’erano andati a finire coi quattro soldi del casotto, Padrino era morto vecchio vecchissimo – pochi anni fa – su una strada, dove i mariti delle figlie l’avevano buttato. La minore s’era sposata ragazza; l’altra, Angiolina, un anno dopo – con due fratelli che stavano alla Madonna della Rovere, in una cascina dietro ai boschi.

 

 A Cossano la vista si dipana in tre diversi ambienti naturali : da una lato  le dolci colline del moscato che si aprono verso il bacino del Belbo, i vigneti di Dolcetto sui contrafforti mediani del territorio comunale, ed infine la strada di Scorrone, che s'inerpica tra i noccioleti verso l'alta Langa con la nota Fontana  all’inizio del paese

 

 Passava allora allo Scarrone, a mezza costa per Castino – qualche casa, niente di più, ma allo Scarrone c’è la fontana d’acqua igienica – Masin non seppe mai perchè – e venivano fin da Alba o da Asti in comitive per berne. Quel che stupisce è che nessun albergatore abbia mai pensato di farci l’Hotel, nella penombra di quegli alberi enormi che sovrastano lo spiazzo. C’è una cannella nella pietra, una vasca ben grezza sotto, un canaletto melmoso di scarico e, chi vuole, beve e paga niente.  

 

 Pavese menziona la Chiesa della Madonna della Rovere dove la leggenda racconta  che accanto a questa Chiesa di campagna, situata in un punto molto panoramico e circondata da boschi, vi fosse una quercia che lacrimava olio. Questa  gode della indulgenza plenaria della 'porziuncola', (la stessa che si può ricevere ad Assisi) e custodisce molti ex-voto pittorici dipinti da Francesco Bo di Cossano, imbianchino-decoratore detto “Cichinin” che raccontano della vita contadina.


 
Adesso che il tempo è passato e quelle estati le ricordo, so che cosa volevo dalla Madonna della Rovere. Una siepe di prugnole mi chiudeva l’orizzonte, e l’orizzonte sono nuvole, cose lontane, strade, che basta sapere che esistono. La Madonna della Rovere è sempre esistita, e dappertutto, sulle coste, sulle creste dei paesi, ci sono chiese e masse d’alberi impicciolite nella distanza. Dentro, la luce è colorata, il cielo tace; e donne come la Sandiana ci stanno in ginocchio e si segnano, qualcuna c’è sempre. Se una vetrata della volta è schiusa, si sente un soffio di cielo più caldo, qualcosa di vivo, che sono le piante, i sapori, le nuvole.


Queste chiese di cresta sono tutte così. Ce n’è sempre qualcuna più lontana, mai vista. Nel porticato di ciascuna è tutto il cielo e vi si sentono le prugnole e i canneti che il  cammino non basta a raggiungere. Tanto vale fermarsi a due passi e sapere che tutta la terra è un gran bosco che non potremo mai far nostro davvero come un frutto. Anzi, le cose che ci crescono a due passi hanno il loro sapore da quelle selvatiche, e se il campo e la vigna ci nutrono è perchè affiora alle radici una forza nascosta. Mio padre direbbe che al mondo tutto viene dal basso. Io non so nè sapevo di questo, ma la Madonna della Rovere era come il santuario delle cose nascoste e lontane che devono esistere.  

 

 Comune denominatore di questi ricordi e di questi scenari è il paesaggio delle Langhe, vero e sempre protagonista dei suoi racconti, che porta sempre con sé e che si trasforma in scene teatrali  composite e ricche di elementi antropici, agrari e naturalistici. La vite, punto cardine di queste valli, è qualcosa di magico, di qualcosa che porta verso l’infinito della vita stessa. E’ il frutto della fatica, del sacrificio umano, di un lavoro che spezza la schiena e che non attende attimo ma proprio per questo maestosa e vitale. 

 

 Invece traversai Belbo, sulla passerella, e mentre andavo rimuginavo che non c’è niente di più bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole d’agosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore.

 

 Il ricercare tra questi paesi  colui che ha scritto e ha descritto di loro quasi mezzo secolo fa potrà sembrare quasi assurdo e paradossale se non si tiene conto che nelle sue parole quella terra è  ancora viva e lucente ai nostri occhi. Le strade che si dipanano tra le campagne sono a volte strette e in una leggera salita, su per quei colli che ospitano filari di vite perfettamente allineati in un gioco di squadra, dove il cuore del contadino passa e staziona nei lunghi anni della sua esistenza, in una relazione perfetta seppur sottile di grande amore e rispetto. Meno povera e al limite della sopravvivenza, certo, il paesaggio rimane fermo nel tempo quando si ritrovano angoli sperduti di tigli ombrosi sotto cui una semplice Cappella di una Madonnina saluta i viaggiatori in cammino a cui mani gentili regalano fresche zinnie ed esplosioni di dalie. Le Langhe si specchiano ancora tra le rive di quel fiume troppo abusato negli anni ma dove ancora echeggiano le risa di bimbi, festosi protagonisti di immaginari giochi di corsari che si servono  delle lunghe canne e dei tristi rami dei salici per porre in scena spettacolari battaglie sui mari infiniti e dove ancora si può sentire il buon odore delle case da cui trasuda quello delle mele tra la paglia, dell’uva secca appesa nel fienile, delle pannocchie gialle sparse nell’aia e pazientemente sgranate dalle donne  in una preziosa ed irripetibile unità tra paesaggio e uomo. 

 

 Ecco perché vale la pena mettere in moto il proprio camper e in silenzio farsi cullare da questo paesaggio ormai racchiuso in se stesso ma che ancora può raccontarci e regalarci la bellezza di un angolo del nostro territorio.

 

 La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e di speranza.

 

 

 

 

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'