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Pascoli racconta

Pascoli racconta - Camperarcobaleno

Castelvecchio

 

 

La prima volta che da Barga, dove avevamo sostato con il camper in un freddo e piovoso fine settimana invernale, raggiungemmo a piedi la frazione di Castelvecchio, compresi subito che il mio animo non era preparato a quella visita, forse più propenso a entrare in una sorta di museo senza significato e senza sentimento.  

  Invece ebbi  subito la viva sensazione di entrare in una casa abitata, dove si entra chiedendo il permesso e ci si pulisce sullo stuoino le scarpe un po’ impolverate o sporche dalla fanghiglia. Si ha paura di disturbare, di rompere una quotidianità che vede Mariù passare dalla cucina alla saletta di fronte, mentre suo fratello, quasi noncurante dell’umidità del giorno, è intento a scrivere su fogli qualche suo pensiero.

Sono ancora tutti e due lì, anzi meglio dire ‘tutti e tre’ perché c’è anche il loro cagnolino a fare loro compagnia, li si sente, li si avverte in ogni angolo, in ogni oggetto ed è questa forse la particolarità più esaltante di questa ‘Casa Museo’ che di museo ha davvero poco, forse solo le cortesi e simpatiche guide che accompagnano i turisti. 

 

 La presenza di Giovanni e di Mariù è quindi ovunque percepibile  sin dal grande ingresso dal pavimento in cotto dove fa bella mostra di sé una grande panca in cui gli invitati lasciano borse e zaini. A sinistra la cucina, luogo tangibile del ritrovo della famiglia e simbolo di comunità. Un tavolo, le sedie in legno dalla seduta in paglia, la brocca per raccogliere l’acqua e l’acquaio da cui questa sgorgava, fresca e pulita senza dover riempire i secchi dal pozzo in giardino. E poi le pentole, il caldano e le tazze per la colazione mattutina, rimasto tutto come l’ultimo giorno di respiro di Giovanni prima e di Mariù dopo, come se ogni giorno qualcuno entrasse e ci vivesse,affaccendato a mantenere il ronfò acceso e la stanza pulita. Pentole di rame lucide come oro raccolgono, storpiandoli,i corpi di chi vaga lì dentro, silenziose e attonite presenze di un mondo completamente diverso da quello odierno. 

  

Di fronte alla cucina, la  piccola saletta da pranzo dove tende ricamate e un divano in stile liberty contemplano e custodiscono gelosamente una  minuscola stanzetta, ex studio di Mariù, dove oggi sono catalogati e archiviati tutti i lavori del Maestro. Quando Giovanni morì, Mariù fece edificare la minuscola cappella, visitabile, e fece aprire nel muro del salotto una porta interna di passaggio alla cappella stessa, per non dover uscire da casa nella stagione invernale.  

Una grande scala porta al piano superiore dove si apre una grande sala, lo studio di Giovanni. Splendidi mobili libreria contengono i suoi libri, edizioni rare ed antiche di alto valore culturale e monetario, oltre ai suoi scritti, biglietti da visita e quadri e la bizzarria geniale del Poeta con le sue ben tre scrivanie sempre pronte come allora ad accogliere i suoi saggi danteschi, le poesie, i testi lo studio della lingua latina mentre sulle pareti scorci di vita quotidiana, la cattura del tempo in varie fotografie e la sensibilità poetica e fine  che si dipana dalle tende ricamate innondate dai raggi del sole e cullate da un  vento che accarezza tranquillo la mobilia e le lampade in stie liberty. 

  

  Particolarmente emozionante è la stanza da lavoro di Mariù dove si trova la sua macchina da cucire, quadretti e lavori di cucito. Le stanze da letto hanno un aspetto sobrio ed elegante, alcuni paltò appesi e un cilindro attendono come allora di essere indossati mentre nei comod sono conservati con buona dose di naftalina calze, busti e pancere. Dal salottino da lavoro di Mariù si può accedere al bellissimo terrazzo che ospita ancora sedie e tavolino in midollino dove i Pascoli usavano trascorrere le ore fresche di calde notti d’estate rallegrate dallo scintillio delle stelle e dal cicaleggio delle cicale, luogo dove  Giovanni scrisse ‘l’Ora di Barga’ 

  

  Al mio cantuccio, donde non sento 

se non le reste brusir del grano,
il suon dell'ore viene col vento
dal non veduto borgo montano:
suono che uguale, che blando cade,
come una voce che persuade.
Tu dici, E` l'ora; tu dici, E` tardi,
voce che cadi blanda dal cielo.
Ma un poco ancora lascia che guardi
l'albero, il ragno, l'ape, lo stelo,
cose ch'han molti secoli o un anno
o un'ora, e quelle nubi che vanno.
Lasciami immoto qui rimanere
fra tanto moto d'ale e di fronde;
e udire il gallo che da un podere
chiama, e da un altro l'altro risponde,
e, quando altrove l'anima è fissa,
gli strilli d'una cincia che rissa. (…) 

  

 Qui si scorge il campanile di San Nicolò, i cipressi e in lontananza San Pietro in Campo …. 

  
…E già venian più rare 
Le squille della valle,di tra un mare 
Di foglie,un suono a morte,a tre campane. 
Oh! Piangi…Pensa…Dormi…Piangi…Pensa 
Dormi…echeggiava in cuor suo San Piero 
Nell’ora dolce in cui fuma la mensa 
(…) 
S.Pietro in Campo spesso là tra quelle 
File di pioppi,garrulo ai tramonti, 
di gravi rane e allegre raganelle. 
  
  La bella casa è abbracciata da muri e da chiome di alberi, assorta in un silenzio che non stordisce, tranquillo e meditabondo; solo qualche uccello tra i rami degli alberi del giardino ha facoltà di portare un sussurro di vita e di lieto rumore in quella casa scelta dal poeta per la sua tranquillità.  

Prima come casa di vacanze, aperta solo durante le calde estati, poi come luogo di residenza stabile, riparo dai venti impetuosi cittadini e dalle aule chiassose dove Pascoli incontrava i suoi allievi e dove a loro insegnava,  regala lunghi respiri di aria pulita e fresca fino al capogiro e lo spettacolo entusiasmante della natura che incornicia Barga e l’Appennino,  per trovare in questa la magia della poesia, la sua ‘Ora’ scolpita nel tempo su roccia impassibile in contrapposizione ad un tempo che inevitabilmente corre via. 

La casa, simbolo di ritrovo, di affetti, di tristezze e di mancanze, di chiusura verso il mondo e di apertura verso se stessi; luogo dove poter pensare, dove raccogliere immagini e suoni del mondo estraneo per sgranarlo come un rosario fatto di pietre o di legno, per comprenderlo e farlo proprio. Questo forse cercava il Maestro, un luogo pacifico e silente, a sua dimensione e questo è il messaggio che ritrova colui che varca quella soglia.  

 

  La villa ha un bel giardino, l’orto e il limoneto, un vigneto antico e pietre che delineano l’area costituendo un dolce muro che non limita, che non sottrae ma abbraccia quasi scherzoso il lento passeggiare. E poi, davanti al portoncino verde, visibile dalla saletta a pian terreno, il letto tombale di Gulì, voluto lì dalla ‘sua mamma Mariù’ e da ‘suo zio Giovanni’,morto solo due mesi dalla scomparsa del poeta, per rimanere sempre insieme e perché la memoria non ingannasse e sfumasse mai il ricordo. 

E infine, prima di tornare con la propria vita sulla strada del ritorno, un saluto e una preghiera nella cappella dove Mariù e il Poeta riposano nell’aria tranquilla di Castelvecchio Pascoli. 

  

 

  

  

  

  

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'