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Museo del Vajont, Attimi di Storia - Longarone

Museo del Vajont, Attimi di Storia  - Longarone - Camperarcobaleno

GPS: 46° 16' 00,85" N

        12° 18' 02,69" E

Indirizzo: Piazza Gonzaga, 1 Longarone

Ingresso a pagamento

Accessibile ai disabili:si

 

 

 

Le nostre narrazioni sulle scoperte e le visite ai più caratteristici ed inusuali musei sparpagliati lungo il nostro territorio, non erano mai state così difficili  prima di approdare nel Museo del ricordo della tragedia umana del Vajont.

Sul mio quadernino di appunti, un modesto quaderno a spirale comperato qualche anno fa all’Ikea per 1 euro e 50 centesimi, la prima frase che ritrovo scritta oggi è ‘che freddo’. Perché davvero a Longarone, in quella giornata di inizio luglio, il freddo era pungente. Era una frase scritta lungo il tragitto, una frase quasi ‘senza senso’ contornata da qualche disegnino fatto per ingannare il tempo del viaggio, un orribile ritratto della sonnacchiosa Lyla su un divano della dinette.

Ma il senso di freddo mi ha accompagnato anche durante la visita  nel Museo, un freddo di sconforto, di tristezza, di rabbia.

Posteggiato il camper, ci ritroviamo subito in una piccola e graziosa piazzetta da cui la vista già dice tutto. Infatti da qui, dalla terrazza, la vista è sulla diga, un’opera immensa, sinistra, inquietante.

La tragedia del Vajont nasce per colpa di una diga che lì non solo non poteva esistere ma non doveva essere nemmeno pensata.

Al di là dell’aspetto tecnico, delle responsabilità mai pagate, del solito ‘tornaconto’ monetario di pochi, in un Paese che viveva gli anni della rinascita economica e sociale nelle città, questo dramma segnava invece in maniera indelebile l’altra faccia di una carta da gioco composta dall’aspetto più rurale e semplice di gente di montagna.

Il museo racconta, tramite molte fotografie, la vita di quella gente, di quel paese. Lo racconta mettendo in luce ‘un prima’ di un paese come tanti altri dove il tempo veniva scandito dalla ritualità del lavoro quotidiano, dalle giornate di festa e di riposo con le sue manifestazioni religiose e civili, i bambini a scuola, la festa per la Prima Comunione, i bimbi a scuola, i giovani che si affacciano alla vita.

Tutta questa vita va a pari passo con i progetti di una diga, le sue misurazioni, le sue dimensioni,il suo plastico, una costruzione gigantesca che avrebbe anche dato l’opportunità a molte famiglie di partecipare ai lavori di costruzione. Forse con l’idea di campare un po’ meglio. Forse con l’idea per alcuni giovani di non dover più inseguire l’idea di andare a lavorare lontano da casa. Forse con  il sogno di ‘metter su famiglia’, di sposare l’unico amore della propria vita.

E poi le immagini della prima frana,le crepe che si allargavano sempre più, sul Monte Toc. Non è nulla. Forse non lo è. Forse non lo era, un Nulla.

Infine la tragedia, ciò che accaduto in quella notte e quello che ne consegue nei giorni successivi.

Un ambiente spettrale, piatto, agghiacciante. Chi viene fotografato in quegli attimi, i pochi sopravvissuti, non hanno forma umana, quasi senza espressione. I loro occhi sono nel vuoto più assoluto, non si rendevano conto di quello che era accaduto in così poco tempo. Longarone non c’è più, in un tempo che è durato forse meno di un attimo o forse un’eternità, tanto da domandare a se stessi se non era meglio morire come tutti gli altri.

Parlano le immagini, crude e laceranti, parlano oggetti appartenuti a uno di tutti quei nomi che una volta erano visi e voce, forse era di qualcuno a cui la vita non ha permesso nemmeno una semplice sepoltura, un luogo dove poter mettere un fiore. E i bimbi, in queste tragedie il primo pensiero va sempre a loro, ricordati con lamelle bianche,piccole vite che chiedevano solo la felicità e la spensieratezza che deve essere data ad ognuno di loro.

E quando tutto era ormai finito, nel silenzio più totale che massacra il cuore e le orecchie, prendono via gli aiuti, i soccorsi. Bisognava fare qualcosa, cercare di salvare quel poco ma il fango aveva coperto tutto e il fango quando diventa duro, è invincibile.

Anche nelle tragedie più cruente come questa, la capacità umana di sopravvivere, il coraggio di ricominciare prende piano piano il sopravvento sulla paura, sul terrore, sul ricordo di quegli attimi tra buio e morte. Non so come si faccia a ritrovare la voglia di cominciare, non credo che la paura passi o passi il ricordo. Forse bisogna ricominciare, bisogna  far quietare il proprio animo, cercare in qualsiasi maniera di soffocare queste emozioni.

Così l'ultima parte del percorso racconta il coraggio, la forza di coloro che erano vivi. La faticosa ripresa verso una  quotidianità da accettare,completamente ,differente da quella prima, come se questi avessero dovuto vivere vite diverse. Poi lo scandalo della sentenza giudiziaria, la ricostruzione di un paese che aveva perso la sua originaria identità ma non la sua dignità.

Prima di salutare Longarone per tornare a valle, non voglio andare alla diga, voglio vedere il campanile di Pirago e alcune case che sono state risparmiate da quella tragedia infinita. Tutto a Longarone è cambiato, un paese bello, ospitale, gentile con gli ospiti che vengono a rendere omaggio a quella cittadinanza, a chiedersi ancora oggi perché è stato consentito tutto questo. I bambini corrono sulle strade e nei prati di questo paese, ridono, corrono, urlano felici. I bambini sono bambini, non cambiano mai. Sono gli stessi di quel 1963 e allora….che giochino felici anche per i bimbi che non ci sono più da quella notte.

 A.L. Luglio 2014

 

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(Lyla, Pastore Abruzzese, 12 anni, Mascotte di Camperarcobaleno)

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'