Livorno

Livorno - Camperarcobaleno

-Un po' di storia-

-Alla scoperta della città-

-La partecipazione delle donne-

-Lettera di un uomo qualunque-

-Area Sosta-

-Un po' di storia-



Nel 1849 i moti  cacciano il Granduca Leopoldo II e Livorno si proclama repubblica autonoma e ultima città toscana a capitolare contro gli austriaci, i quali non perdono tempo per restaurare il Granducato. 

La mattina dell’11 maggio del 1849, appena gli austriaci entrano a Livorno, il Generale Costantino d’Aspre comandante del Secondo Corpo d’armata austriaco fa affiggere minacciosi proclami sui muri della città. 

In questi viene dichiarato che la città è in stato d’assedio e che il comandante militare è il generale conte Gustavo Wimpffen. 

Viene  proibito il possesso di armi da fuoco e da taglio, sciolta la Guardia Civica, dichiate illegali le riunioni dì più persone e ordinata la riapertura delle botteghe. E con uno di tali proclami abolito l’uso della bandiera tricolore: 

 

 

Notificazione

 

I colori della Toscana per la città di Livorno

 

saranno dal momento della pubblicazione della presente

 

come prima cioè rosso e bianco.

 

E’ proibito agli abitanti di Livorno

 

di portare coccarde o altro.

 

Livorno 11 maggio 1849

 ****** 

  Numerosi furono coloro che, partiti da Livorno,  fecero parte della spedizione dei Mille  nel 1860. 

I primi 35 volontari con a capo Jacopo Sgarallino lasciò il porto labronico il 1°  maggio con il piroscafo Etruria per recarsi a Genova dove si imbarcarono sul piroscafo Lombardo al cui comando vi era Nino Bixio 

Quando anche il Lombardo e il Piemonte gettarono le ancore a Talamone i volontari vennero riuniti in  nuone compagnie, una delle quali al nome di  Livorno. Andrea Sgarallino portò con sé la bandiera che aveva salvato a Curtatone e Montanara e l’affidò come portabandiera al livornese Cesare Gattai, uno dei più giovani partecipanti all’impresa che morì successivamente a Calatafimi. Quella bandiera tornò integra a Livorno.

Nel maggio del 1860, 102 livornesi si uniscono alla spedizione dei Mille, mentre nel mese di giugno altri 800 cittadini livornesi  raggiungono Giuseppe Garibaldi inSicilia.

 

 

-alla scoperta della città-

 

Piazza del Municipio con il Palazzo Comunale e il Palazzo Granducale. 

 Il Palazzo Comunale risale al 1720,progettato da Giovanni Del Fantasia. Viene ricostruito interamente dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale con il sontuoso scalone di marmo a doppia rampa realizzato dall’architetto  Ciurini. 

 In alto è posto il torrino campanario che ospita il cosiddetto “campanone”, che un tempo chiamava a raduno tutti i consiglieri. 

Un violento terremoto del 1742 danneggiò l’intero edificio tanto che fu dichiarato inagibile e per questo i consiglieri obbligati a riunirsi in una baracca in legno che venne costruita in Via Grande appositamente per queste riunioni.  Le delibere qui sancite furono perciò precedute da questa strana ma vera dicitura: “Adunati nella solita baracca”. 

Secondo le cronache dell’epoca, all’alba fu questo campanone che dovette lanciare il primo allarme per l’arrivo delle truppe austriache, suono che venne subito seguito da tutti gli altri campanili della città. 

 Il Palazzo Granducale, completamente ricostruito dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu eretto nel 1605 da Antonio Cantagallina. L’ idea del Granduca Ferdinando I dei Medici era  quella di dare ai suoi illustri ospiti un’adatta accoglienza durante le loro visite a Livorno. 

Prima della sua realizzazione gli ospiti dei Granduchi  alloggiavano alla  Locanda del Monte d’Oro,oggi  Via delle Stalle. 

Via Borra con il Ponte di Marmo sul cui ponte si ritrovano molte iscrizioni che risalgono al ‘700 ed ’800, incise con il chiodo dai facchini degli scali, dai navicellai e becolinai, opere semplici ma emozionanti che ricordano parenti o compagni scomparsi, menzionati con i loro soprannomi secondo la consuetudine dei facchini ai quali venivano donate  ghirlande, festoni, edicole votive e croci. Fra tutte queste testimonianze d’affetto e di tristezza ricordiamo quella che recita: “DOPO 17 SECOLI – IL DI’ 20 SETTEMBRE 1870 – L’ITALIANI A ROMA”. 

Forte San Pietro fu  un importante centro di difesa della parte nord di Livorno durante la resistenza della città contro l’invasione austriaca. Qui vi erano postazioni di volontari livornesi che spararono con successo colpi di cannone la mattina del 10 maggio 1849, colpendo l’esercito austriaco comandato dal generale D’Aspre che avanzava da nord attraversando Stagno e Calambrone. 

In questa triste ed eroica circostanza venne alla luce l’artigliere Salvatore Neri, soprannominato “Torre” per la sua stupefacente precisione nel caricare, puntare e dare fuoco al cannone e per i suoi mortali tiri dalla batteria del Forte S. Pietro. Pietro Martini lo ricorda così : 

“...fu una vera provvidenza sulla batteria di San Pietro dove si mostrò infaticabile, coraggioso e pertinace nel rimaner fermo al suo pezzo, sino all’ultimo momento – sinché, rimasto solo, non potè più caricare e puntare e dar fuoco e accompagnare con un Viva l’Italia! la sua palla.” 

Piazza XI Maggio e  la Porta San Marco, una delle cinque porte della cinta di Livorno, eretta nel 1834 su progetto di Alessandro Manetti. La porta è sormontata da un leone alato che tiene con una zampa il Vangelo, simbolo di S. Marco Evangelista, patrono di Venezia. 

 Una lapide sulla porta, nel punto in cui fu aperta la breccia dall’esercito austriaco, ricorda i volontari livornesi caduti durante l’eroica resistenza.   

Via Palestro e la bellissima Chiesa di S. Giuseppe, costruita nel 1841 fu la sede della resistenza livornese durante l’invasione austriaca. Dal campanile della chiesa Enrico Bartelloni, che capitanava il battaglione dei Civici Popolani in Borgo Reale, sparò colpi di fucile insieme ad alcuni uomini fidati contro i soldati austriaci che avevano invaso la città l’11 maggio 1849.

 

 

-La partecipazione delle donne alla difesa della città nel maggio 1849-

Le donne parteciparono alla difesa di Livorno nel maggio del 1849 e in particolare modo nei quartieri popolari dove più forte erano i sentimenti democratici. Rimane il ricordo di Vittorio Matteucci. 

  

Gruppi di donne con bandiera rossa 

correvan da San Marco a Fiorentina 

dov’era più la strage e la rovina 

chiamavano e’ fratelli alla riscossa. 

Le nostre mamme, ‘nsieme all’infermiere, 

cercavano ‘e feriti ‘n delle file, 

all’assetati davano da bere.

 

Molte donne livornesi soffrirono nei giorni che precedettero e seguirono l’entrata a Livorno delle truppe austriache, anche della mancanza di notizie dei propri uomini, perché impegnati nelle attività di difesa o arrestati o costretti ad allontanarsi dalla città. 

 Tra queste donne vi fu la moglie di Antonio Petracchi, navicellaio e maggiore della Guardia Civica, Petracchi che comandava il battaglione "Bande Nere, ripiegò con i suoi verso Pistoia. Il 17 aprile, costretto a deporre le armi, venne arrestato dalle truppe regolari e trasferito prigioniero a Firenze. 

Quando ormai Livorno era in mano agli austriaci, la moglie del Petracchi, Teresa, disperata, scrisse a Gian Paolo Bartolommei chiedendogli aiuto 

  

Livorno 28 maggio 1849 

Illustrissimo Signore, 

Non avendo notizie di mio Marito da sette giorni fin adesso, e non avendo da chi rivolgermi se no che da Lei Signoria, onde potere sapere qualche cosa del medesimo per rendere un poco conforto alla mia famiglia, che tanto languisce. Oh  Signore! non si può figurare la situazione in cui ci troviamo non avendoci il Capo di Casa. Sicura che la bontà sua vorrà renderci più consolati avvisandoci dove può essere, ho  d’altronde ove mi posso voltare. Mi perdonerà dell’ardire che io mi prendo. La saluto attendendo con ansietà tanto io che la famiglia la risposta. 

Mi creda Sua umilissima serva 

Teresa Petracchi

 

-Lettera di un uomo qualunque-


Tra i tanti documenti sui fatti di Livorno del maggio del 1849, quando la città si ribellò e resistette agli austriaci, c’è anche una lettera di una persona del quale si è perso il suo nome. L’8 maggio scrisse a Luciano Bratolommei riferendo di notizie  giunte da Pisa dove si trovavano i reparti austriaci, toscani e modenesi al comando del generale d’Aspre,pronti ad attaccare Livorno:

A Luciano Bartolommei 

Ora ti scrivo con l’animo veramente esacerbato: i Tedeschi in numero di 14 mila sono a Pisa, se ne aspettano altri 8 mila. Mio padre fu ieri a Pisa e gli ha veduti. Hanno con loro più di cento pezzi di cannoni grossissimi, equipaggi di ponti, pezzi, officine, insomma tutto il necessario per una vera armata di campagna. D’Aspre alloggia al palazzo del Granduca, ha sotto i suoi ordini il principe Alberto, il generale Walmoden e altri generali tra i quali uno di artiglieria. D’Aspre ha pubblicato un proclama con cui annunzia che egli viene in Toscana a stabilire l’ordine e la sicurezza sia pubblica che privata, ch’egli garantisce della disciplina delle sue truppe e spera che i toscani vogliano vedere in lui un amico, un alleato. Lascia il governo toscano a Serristori, ma egli stesso, d’Aspre, prende il comando delle truppe toscane le quali marceranno in avanguardia sopra Livorno. Nella colonna di attacco sarà in testa il reggimento Estense (il duca di Modena è già a Pisa) e dietro i tedeschi. Una deputazione di negozianti livornesi, tra i quali mio zio Manteri, andarono ieri da d’Aspre per rappresentargli che essendo pochi i "tristi" in Livorno essi lo pregavano di risparmiare per quanto potesse il materiale della città. Il generale tedesco si mostrò benissimo informato delle cose di Livorno, disse loro che domani mattina si sarebbe presentato a Livorno tirando subito due o tre cannonate, che aspettava domani per avere almeno 20 mila uomini sotto le mura e così sperava che intimoriti i Livornesi si sarebbero subito arresi. Promise che avrebbe agito più che umanamente, non negò che il solo tiro fatto da una finestra avrebbe bastato perché quella casa fosse spianata dalle sue artiglierie. Le truppe toscane pare che saranno mandate poi in Ungheria! Ma a quei vili sta bene. Si parla di una leva in massa da farsi in Livorno per mandarsi parimenti in Ungheria. Le truppe toscane si erano di già affratellate coi tedeschi ed era veramente doloroso il vedere i nostri abbracciati ai tedeschi, i primi con la medaglia della guerra dell’Indipendenza 1848 e i secondi con la medaglia "Italia Vinta". La città di Pisa gli ha accolti con moltissima dignità. Domani è dunque la fine di Livorno. Quantunque tristi ho creduto darti questi ragguagli che mi ha riferiti Pappà. 

Il cattivo carattere e stile attribuiscilo alla stizza e al dispiacere con cui scrivo. 

Addio saluti 

 

-Area Sosta-


Segnaliamo la presenza di aree sosta camper privati con tariffe adeguate al luogo e in campeggi non lontano dal centro cittadino.

 

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