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La Temerarietà del Viaggio e del Suo Uomo

La Temerarietà del Viaggio e del Suo Uomo - Camperarcobaleno

                                   Ulisse e l'Odissea

 

 

Alcuni giorni fa, completamente in balia di treni e agenti atmosferici impazziti, disfatta in una carrozza ferroviaria che cercava di portarmi a casa dopo aver attraversato l’Italia del Nord, mi è tornato alla mente Ulisse e il suo viaggio di ritorno verso Itaca e  per questo mi sono decisa di dedicare a lui il prossimo editoriale, viaggiatore già menzionato in qualche altro precedente scritto. 

Premetto che la figura di Ulisse e il suo racconto mi ha sempre affascinato annoverandolo tra quei tanti romanzi, se questo può essere definito tale, che più mi stanno a cuore e che rileggo sempre con molto piacere. 

Giocando con i miei pensieri illudendomi così che questo potesse in qualche maniera accorciare gli ancora tanti kilometri che mi separavano da casa mia, i primi aggettivi che mi venivano alla mente e che in qualche maniera sentivo mi legassero a lui erano i termini ‘pazienza’ e ‘temerarietà’. 

Pazienza perché il Viaggiatore-Ulisse era così paziente da dover accettare di tornare a casa dopo ben dieci anni di peregrinazioni e Temerario perché nonostante i pericoli e gli incontri, il suo fine gli era ben chiaro, quello del ritorno. 

Sembra quasi che questa introduzione possa finire con l’essere compresa quale una contraddizione a tutti quegli editoriali che lo precedono in cui il senso principale era ed è il viaggio e mai la fine di questo ma a questo punto, poiché anche io mi sento temeraria (forse più testarda) provo a ragionare un po’ di più sul senso di questo cammino. 

 

Dopo anni di vita beata segnata da tutti quei piaceri che solo l’immortalità può offrire, ospite di Calipso, l’Ulisse- bambino decide che il suo tempo di diventare uomo era imminente e per farsi uomo avrebbe dovuto iniziare il suo personale viaggio, quello che spesso nei miei precedenti editoriali ho definito ‘viaggio alla scoperta di sé’. 

 

Sceglie quindi la vita e i rischi che inevitabilmente ne conseguono in contrapposizione a quella sorta di oblio o di spazio temporale dove non vi è altro che spensieratezza e gioco. La dipartita da Itaca per la guerra è lontana nel tempo, lui Re di Itaca possibile pretendente alla mano della bella Elena, lui guerriero bello e forte di una guerra consumata nell’arco di un periodo quasi improponibile e finita per mano di un inganno, ma in fondo mai Uomo.  

 Ogni incontro a cui lui sarà legato è segno di un conflitto psicologico a cui ognuno di noi va incontro e Ulisse è l’eroe più umano della mitologia greca, colui che è dotato di quelle sensazioni e sentimenti di cui ogni umano ha e che  deve scoprire e poi saper gestire per poter divenire Persona. 

 Sarà, il suo, un viaggio che gli permetterà la comprensione del suo modo di porsi davanti ai pericoli della vita, da quello della lussuria con Circe e le sue magie che ingannano  a quello del grande Polifemo che vede il mondo con un occhio solo e quindi un mondo univoco, senza prospettiva nello spazio  e senza sfumature di colore, da quello dei venti di Eolo che non fanno che volare e per questo senza nessuna certezza di pensiero e di approdo, ai canti delle sirene ingannatrici nei confronti dell’uomo quale essere finito e la cui conoscenza è quindi limitata. 

 Ulisse si confronta con la sua  paura, sfida il noto per andare verso un ignoto, travolto dall’"esigenza" del viaggio, e durante il suo personale  percorso perde vecchie parti di sé, si spoglia di tutte quelle strutture e quelle difese che lui stesso si era costruito per  immergersi nell’Ade dove non si può che scegliere di abbandonare tutto, per poi finalmente “divenire”.  

Ulisse abbandona le sue certezze per arrivare alla comprensione  che il “lasciare andare” non è mai sinonimo di “perdere”.
Il viaggio di Ulisse nell’Ade è il viaggio necessario per l’uomo per tornare a casa, viaggio che ha sì  lo scopo di approdare sulla sua isola felice, in questo caso quella di Itaca, isola dove finalmente si possono concretizzare le proprie scelte e decisioni responsabili e dove, ad attenderlo, troverà Penelope, il suo lato femminile.

Ma non solo, è il viaggio che lo porterà verso la bellezza della vita stessa, depurata da inganni e falsità, illusioni e sotterfugi nei confronti degli altri ma soprattutto verso se  stessi. 

(A.L.)

 

 

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'