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La Mente e l'Inizio di un Viaggio

La Mente e l'Inizio di un Viaggio - Camperarcobaleno

                                   Le Città Invisibili

                                       Italo Calvino

 

 

 

Alcune estati fa, sedute sul bagnasciuga di una spiaggia ai piedi dell’adriatico, passando da un discorso ad un altro con le solite pretese di discorsi estivi, inciampammo per caso in un’idea seria, quella di creare un sito sulla vita del camper.

Ma se in primis l’idea rischiava di abbandonarci subito a causa di  una miriade di siti già presenti sul web, compresi subito che questa idea era completamente all’opposto degli altri.

Avrei creato pagine più a nostra misura, forse meno tecniche e meno solite, senza cadere nell’errore di fare una brutta copia di quelli esistenti, un sito, insomma, in cui avrei parlato dei nostri viaggi,miei e delle persone care che mi stanno intorno, delle nostre emozioni nei viaggi, dei luoghi del cuore e di quello che a noi sarebbe piaciuto vivere con il camper. Tuttavia non era facile metterlo in opera, ero sicura, come lo sono adesso, che il mio sito non avrebbe certo riscosso la popolarità di altri perché il mio proposito di sito richiede innanzitutto una buona dose di fantasia e, lasciatemelo dire, una sorta di fantasia intellettiva.

 Già nei primi mesi di vita sul web mi scrisse una allegra signora la quale chiese proprio chiarimenti ai titoli delle mie pagine.

Ma cosa vuol dire un sito per camperisti dove non ci sono gli elenchi delle aree sosta, cosa vuol dire non dedicare una pagina al racconto di viaggi.... Già, forse pretendevo e ancora oggi pretendo di volermi relazionare con chi come me vive il camper usando la polverina magica di Trilli senza dimenticarmi che magari sull’Isola che non c’è esiste una bellissima area camper.

E’ difficile ma non impossibile tornare,tutti noi ogni tanto nel solaio della nostra mente e riscoprire che esistono ancora i nostri giochi, le nostre aspettative, i nostri sogni semplici, profumati di buono e qualche cartina di caramella.

 

 Quando tornai dalle vacanze mi misi all’opera e cominciai a rovistare nei miei vecchi bauli ricolmi di ricordi, di riflessioni, di istanti letterari e nel momento in cui dovevo decidere come impostare il tutto venne fuori il caro ricordo di uno dei più nobili doni letterari che la nostra letteratura del 900 ci ha fatto dono: Le Città Invisibili di Italo Calvino.

 Non potevo non cogliere al volo questa opportunità, lo scrivere una frase di questo libro nella mia home page, accompagnandola con gli occhi di una donna...

La frase è rimasta lì sino ad oggi, sino cioè al momento in cui vorrei cominciare a spiegarla o, se preferite, a dispiegarla, proprio come un lenzuolo, uno di quelli in pesante cotone che le nostre nonne tenevano nei loro antichi armadi sempre profumati da qualche ramino di lavanda.

 Se il viaggio in sé è conoscenza e scoperta, ognuno di noi vive secondo la propria esperienza e secondo le proprie emozioni la città (o il luogo) che gli sta di fronte o che sta per incontrare,chiedendo e trovando risposta alle sue esigenze emotive.

 Parafrasando Calvino, il luogo non è quello che è o che gli occhi vedono, ma è tutta una serie di risposte alle nostre domande  e quindi vediamo ciò che vogliamo vedere.

 I luoghi che decidiamo di visitare non sono mai quindi gli stessi perché questi, rispondendo alla nostra disposizione d’animo, ci suscitano, nelle stesse conformazioni dei paesaggi,  emozioni diverse come diverse risultano da persona a persona.

 Il libro di Calvino prende in prestito un illustre viaggiatore, il Viaggiatore per antonomasia, Marco Polo, e questo racconta non le città dell’impero di Kublai Kan, ma quelle della sua mente, le  cinquantadue città invisibili che si possono solo visitare con il proprio intelletto, cioè quelle città che agli occhi dell’altro risultano non visibili.

 Queste città, quelle della memoria, del sogno, del desiderio, della paura, hanno una caratteristica fondamentale, quella di essere nominate con nomi femminili o, se preferite, di Donna che, a loro volta, introducono e chiudono ciascun  racconto.

 Chiedendomi il motivo di questa scelta dell’autore, mi viene in mente che siamo noi donne ad aver cura della storia, della leggenda e della favola. Siamo noi madri che inventiamo da sempre storie richieste dai nostri piccoli figli o dai nostri nipoti, siamo noi che continuiamo a portare avanti, anche in questo mondo tecnologico, la più antica delle arti che l’uomo abbia mai inventato, quella orale, e a far volare sulle ali della fantasia le nuove generazioni.

 Le città quindi si svelano con nomi e nei termini femminili e di femminilità, per accompagnare l’animo umano alla ricerca dei propri sentimenti  tra vie strette e tortuose paragonabili alle infinite strade, porte e scale da cui non si sa se si entra o se si esce, se si sale o se si scende come  nei meravigliosi e, nello stesso tempo, inquietanti disegni  di Escher.

Le città di Calvino sono così, vi è la città per chi passa , quella di chi si è perso e a quella a cui non tornare…e in questo mondo che porta al tutto o al niente, sospese nell’aria, impalpabili,astratte, ricche di ogni bene prezioso o solo di immondizia, il loro essere si modifica con gli atti e l’espressione dei loro  stessi abitanti perché questi luoghi diventano materia e persone per poi ritornare ad essere impalpabili come talco e dove questo universo di immagini, desideri e linguaggi sono atemporali proprio come i sogni e allo stesso tempo comuni all’umanità intera che prova le stesse emozioni e che vive la città come luogo di scambio e di rapporto.

 E sotto il profilo camperistico, mi si lasci passare questa libertà, il viaggiatore non è che l’essenza stessa del desiderio di conoscenza, di cercare e di ricercare  ( come dico io ‘di sognare’) i luoghi, i paesaggi, le città, pronte sempre a comunicarci quel qualcosa di cui noi stessi siamo nella continua ricerca e nel tentativo umano e perpetuo di trovare risposte a ciò che cerchiamo.

 Questa è la magia della mente e del nostro essere finiti e infiniti nello stesso tempo, o come diceva H.Broch ‘il popolo dell’infinito’, passibili di finitezza per essere capaci di infrangere i suoi limiti, per andare oltre, per continuare nel viaggio verso la conoscenza di una vita che contempla in sé anche il senso della morte e la morte stessa, ma che è comunque viaggio. 

 L’opera di Calvino è  prosa che si dipana in un cammino che abbondantemente straripa nel campo sublime della poesia per poi lentamente ritirarsi lasciando sul terreno della letteratura italiana un’opera unica, a metà tra il filosofico e la favola, la psicologia umana e la storia.

A.L.

 

 

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(Lyla, Pastore Abruzzese, 12 anni, Mascotte di Camperarcobaleno)

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'