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Il Viaggio di un Inglese in Italia

Il Viaggio di un Inglese in Italia - Camperarcobaleno

                                     Impressioni Italiane

                                 Charles Dickens

 

Se lo scorso editoriale avevamo trattato, con molta modestia, il viaggio inteso come percorso della mente e del pensiero, questa volta vorremmo porre l’accento sul viaggio visto con gli occhi di un viaggiatore dell’800, occhi forse troppo influenzati dalla vita condotta e propria di un borghese inglese dell’epoca dedito ad agi e, in qualche maniera, a ricchezze quali poteva essere Charles Dickens. 

In ‘Impressioni Italiane’ Dickens racconta il suo vero viaggio intrapreso nella nostra penisola, da Genova (arrivato con un carrozza proveniente da Parigi) sino a Pompei e decidendo di non proseguire per la Sicilia, tanto quell’Italia non gli era piaciuta. 

Il suo libro è  pensato come un diario della propria esperienza, scartando sin da subito l’intenzione di raccontare i tesori artistici di cui l’Italia ne era colma, ma gli aspetti umani e i luoghi popolati da un immaginario che lui definisce ‘ombre sull’acqua’. 

L’Italia dell’800 è meta di turisti inglesi e tedeschi, appartenenti a quella classe sociale magari poco nobile ma sicuramente ricca e benestante, che sceglie per i suoi interminabili viaggi, il nostro paese, per moda o comunque per bellezza, approdando nella campagna toscana mettendo lì radici, acquistando  ville e poderi a prezzi irrisori e godendo di affascinanti scenografie che spaziano sulle dorate campagne punteggiate da vivaci papaveri o splendenti scenari di un mare limpido e abbagliante della costa amalfitana. 

Viene da menzionare il capolavoro di Forster ‘Camera con Vista’,ripreso in versione cinematografica da James Ivory in cui la borghesia inglese trae spunto da Firenze e da tutto ciò che gli sta attorno per rendersi conto a quanta ipocrisia e bon ton ridicolo e  goffo debbano tacitamente sottostare per essere considerati e per considerarsi cittadini ‘di lato livello morale e civile’, in contrapposizione ad un amore tra due giovani che non riescono ad esprimere perché ingabbiati tra quelle mura. Serve il sole, la campagna solare e profumata, anche l’irruenza e la brutalità dello spirito selvaggio italiano per scardinare principi fasulli e imposti, serve la vista di un ragazzo che, seduto a cassetta accanto alla sua amata, la stringe ai fianchi, per imparare gesti affettuosi e dolci  cui la morale inglese aborra. 

La contrapposizione tra queste due opere, ci danno aspetti di ciò che il viaggiatore inglese del tempo cercava e trovava: da un lato la magnificenza della nostra storia e della nostra arte e dall’altro la povertà e le rovine di illustri tempi passati. Se Forster esalta Santa Croce e la Tomba di Dante, l’Arno e la rigogliosa campagna, Dickens si sofferma  a descrive popolani sporchi, avvezzi al luridume, sciatti e sporchi, quasi inconsapevoli di tanta miseria e quindi ignari di un possibile riscatto.  

Ma Dickens è ben lontano da quelle immagini in un certo senso ‘pulite’, il suo viaggio è pregno di disgusto,di riflessioni amare su qualsiasi città egli visiti e dimori e questo suo disprezzo e tentativo continuo di esaltarne solo le tristezze e le povertà, privano di qualsiasi bellezza e di riscatto angoli più o meno famosi del nostro territorio.     

Non salva nessuno e nulla, persino il Colosseo è una catasta di pietre rovinose, attorniato da pozzanghere di acqua putrida, spettatore inconsapevole di una decapitazione di un malvivente. Se la Liguria lo esalta per il suo mare in tempesta e per le miriadi di lucciole che di notte la avvolge, la sua avversione prevale quando racconta di strade strette e sporche, di uomini pigri che dormono al sole o di vecchie donne ‘grinzose’. 

Genova puzzolente, Piacenza avvolta in una oscurità medievale, Parma avviluppata nelle erbacce infestanti, Roma vissuta tra rovine di un passato illustre che non ha più nessun tipo di significato, nemmeno quello storico, popolata da persone truci e mendaci, Napoli fatta da lazzaroni e cenciosi sino ad approdare ad un limite estremo, non di una terra ma il suo, a Pompei ed Ercolano sino al Vesuvio.  

Dickens trova aspetti positivi nelle cave di marmo di Carrara in cui trova quasi disumano lo sforzo umano per portare alla luce il marmo dalle viscere delle montagne, provando passione e  stupore tanto da ricordare le Mille e Una Notte nel viaggio di Simbad i Marinaio,trova Mantova affascinante, Ferrara devastata dalla peste e per questo considerata ‘una città di morte’ e Venezia lo soffoca con tutta la sua acqua intorno che si insinua tra i muri dei palazzi, paragonati a spugne mentre Bologna è descritta prima per il suo cimitero e per l’aria tenebrosa che si respira, avvolta in una atmosfera antica seria e dotta, per una ricchezza sfacciata del clero e delle sue chiese. 

Questa dialettica di osservazione continua rimane per tutto lo svolgersi del libro acutendo man mano che il viaggio si compie un senso di ripugnanza nei confronti a tutto ciò che è sporco e viscerale e di questo ‘diario di viaggio’ di un viaggiatore illustre che ha regalato al mondo opere uniche quali Oliver Twist e La Bottega dell’Antiquario, rimane un po’ la perplessità di considerarlo come colui che non è  riuscito, uomo intelligente e aperto quale lui era, ad uscire da quei limiti imposti dalla sua classe sociale inglese, a rimanere quasi imprigionato nelle sue fragilità ancestrali e nelle sue paure di potersi, anche lontanamente, rapportare con persone completamente diverse dal suo vivere ma comunque degne di nota e non solo etichettate nel peggior modo. 

Ma anche questo è viaggiare


(A.L)

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'