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Il viaggio del Racconto

Il viaggio del Racconto - Camperarcobaleno

                           La Letteratura del Viaggio 

                                       

 

 

 

Sotto il profilo letterario ‘il viaggio’  ha anch’esso subito un'evoluzione continua e costante con l’evoluzione mentale e sociale: per l’uomo antico  coincide con il viaggio dell'eroe, rappresentato come giovane e bello,   che si sottopone a prove imposte dalla Sorte a cui questo, e  l’uomo in genere,  non può sottrarsi.  

Il viaggio significa, quindi, per l'uomo antico, fatica, sacrificio, sofferenza,  insidie e pericoli imposti da forze superiori che lo portano ad aumentare la forza  del proprio io oltre la morte perché in fondo  le sofferenze portano ad essere considerato nella comunità  un Eroe e quindi,garantendogli gloria e fama, lo portano ad una posizione sociale ragguardevole.  

 

 Il protagonista chiamato a tale compito si spoglia di ogni tratto umano, dimentica le  ambizioni , i sogni di persona, le aspettative dalla vita mentre, nel corso degli avvenimenti, perde convinzioni, orizzonti psicologici e geografici, scoprendo in questo turbinio di incertezze la sua vera identità, il suo vero ruolo nella vita ,conquistando oltre alla gloria terrena, un buona considerazione da parte degli Dei e la saggezza. 

Il pensiero va naturalmente a Ulisse, eroe letterario della categoria dei viaggiatori, colui che nelle sue tempeste metereologiche e interiori, impoverisce sempre più i suoi affanni umani per innalzarsi, quasi librarsi, verso un mondo più ascetico e più vicino agli Dei, per tornare ( o per andare come prima volta) verso la propria casa, verso cioè verso la propria realtà quale  ‘individuo’.  

Quindi il viaggio dell’antichità è un viaggio- verifica o esame di sé ma è anche viaggio o condizione necessaria per raggiungere la propria identità. 

 La letteratura  occidentale  parte da altri presupposti, il viaggio  è recepito e interpretato come esilio, penitenza e  pellegrinaggio.

Tratto dalla cacciata dell’Eden, il viaggio è espiazione delle proprie colpe, un viaggio inteso come dolore, come mancanza di aria e di respiro che non porta, come quello eroico, alla cura, alla  liberazione e alla comprensione, ma alla sofferenza che è unica medicina per le propri colpe. E se Ulisse, alla fine del suo viaggio, arriva a casa come uomo, qui non c’è nessun arrivo, non c’è nessun sollievo dal dolore perpetuo, come nei gironi danteschi dove tutto rotea su se stesso, nell’infinita mancanza di tempo e spazio, abbandonando il viaggiatore ad un continuo ed eterno pellegrinare nel mondo esterno e quello interno a lui. 

  

 Dobbiamo al  Medioevo il concetto di  viaggio volontario e solitario, intrapreso dal Cavaliere per rafforzare la sua gloria  dinanzi  alla società feudale tanto che il prestigio del suo spirito coincide con la possibilità  di azione che porta in sé  la prova del poter e sapere vivere al di sopra di condizioni comuni agli uomini del tempo.

 Il cavaliere medievale parte  alla ricerca di avventure meravigliose, intrinseche alla magia e che finiscono nell’insidia di un folto bosco.  

Il cavaliere è un viaggiatore senza pace, il cui fine è il ritorno al  luogo di partenza per poter usufruire dei benefici ottenuti e agognati nella sua lotta, un regno, la ricchezza, l’amore… 

 

L’idea di viaggio che si trova nell’età moderna non è più espiazione dalle colpe, sofferenza o riconoscimento di sé nei confronti della società, comincia a essere visto e vissuto in maniera più tenue grazie all’apporto di un nuovo concetto di libertà individuale che piano piano prende sempre più forma e sostanza nella società umana. 

 Tipico del periodo romantico, il concetto di libertà viene spesso messo in parallelo al viaggio che sono, ad estremo, concetti quali il vagabondare.

Ora il viaggio, scisso dalla condizione pesante e ineluttabile del dolore e della sofferenza, viene valutato come un piacere, un modo romantico che porta ad un proprio soddisfacimento. Viaggio, autonomia di pensiero e di atti, non più necessario per il macrocosmo ma necessario per il proprio cosmo. La propria capacità intellettiva non si piega più a forze occulte, ragioni soprannaturali o morali sociali, l’individuo non è più burattino nelle mani di una religione o di un dogma, anzi, riesce a fratturare radicalmente e renderle a sé stanti, indipendenti da lui e lui indipendenti da queste.

 

Con l’avvento del Novecento, il viaggio è inteso come arricchimento del proprio essere,  e vi sarà, soprattutto con il movimenti futurista, una esaltazione ai limiti estremi del concetto di viaggio quale rappresentanza di un mondo che va galoppando verso il progresso scientifico, culturale ed industriale.

Macchine veloci, treni in continuo e perpetuo movimento,  portano a lungo andare alla consapevolezza che tutto questo è anche un grande ostacolo che ha al suo rovescio limiti infiniti.  

Così lunghe strade su rotaie o su ruote o marcate da una matita immaginaria in un cielo azzurro, non sono altro che mezzi per spostarsi da un luogo ad un altro per ritrovarsi sempre lì, sempre identici a prima se non copie di se stessi. Il progresso, esaltato, si è deformato diventando un mostro pronto a inghiottire uomini uguali gli uni agli altri, cresciuti identici in grandi fabbricati che, come ricorda Charlie Chaplin, non fanno altro che la stessa azione. Sempre.

Allora il viaggio diventa fuga, unica via di salvezza da un mondo meccanizzato e freddo, oliato non dal pensiero umano ma dall’olio per lubrificare ingranaggi. Gli intellettuali sognano luoghi esotici, donne hawaiane dai lunghi capelli neri, isole sperdute dove anche un tenero e nuovo Gulliver può vivere in pace la sua esistenza. Non più colonizzatori, non più padroni del mondo, solo uomini che fuggono da se stessi.  

 Così il 900 è per il viaggio sinonimo di inquietudine, di un vagabondare senza trovare quindi in esso nè un filo logico né quasi una meta certa. Ed è così che l’Uomo trova in questa inquietudine, nuovo orizzonti e nuove mete che nulla hanno a che vedere con la geografia, il viaggio nel proprio animo, nel proprio passato e nei suoi sogni,un viaggio quindi verso la propria identità 

Non più alla mercè di navi e nuovi mezzi di trasporto, né antiche mongolfiere e nemmeno ‘uomini in barca’, solo se stesso contro tutto e tutti, contro città che ha creato lui e che gli appaiono dinanzi quali mostri da cui scappare prima di essere divorato.

(A.L.) 

 

  

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Ho ideato una pagina in cui Ti racconto dei miei viaggi, delle immagini e degli aneddoti sulla mia avventura insieme a Lyla e a Camperarcobaleno. Di ogni pagina troverai molte altre fotografie relative agli articoli scritti nel sito. Ti aspetto. Alberta con Lyla

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(Lyla, Pastore Abruzzese, 12 anni, Mascotte di Camperarcobaleno)

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'