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Il Carro Fantasma

Il Carro Fantasma - Camperarcobaleno

                    Quell'uomo è mio fratello


 

Nel 1933 un uomo chiamato Salvador impresse su una tela senz’anima un’immagine dei colori del deserto, fine come la polvere alzata dagli zoccoli di un vecchio e stanco cavallo ed evanescente come un sogno al lento avvicinarsi al mattino: chiamò quell’olio “Il Carro Fantasma”, forse consapevole, forse no, di aver traslato attraverso un pennello la visione sottilmente caotica del lungo percorso della vita. 

Ad una prima occhiata, quel carro scarno, col suo piccolo passeggero immerso nel suo pensieri e la povera cavalcatura che lo tira, non è altro che una piccola macchietta che imbratta lo sfondo della Città che viene, lentamente, incontro al viaggiatore: un semplice racconto della buonanotte, dove il lieto fine sa di merce esotica e lunghe contrattazioni per un sacco di iuta pieno di opera simile al diamante. 

Ma se quel viaggiatore non fosse trascinato dalla vita, ma solo dal destino – se quelle orme impresse sul cammino fossero solo carte gettate casualmente lì dal vento, come ali di insetti caduti nel tentativo di giungere alla luce dell’immenso sole; tracce dovute e cercate, ma poste ove occhio amico mai si fosse spinto in precedenza. Se fosse così, se davvero quel omino fosse seduto sulla sua zattera terrestre senza cercare di giungere ad una meta destinata, allora quell’uomo sarebbe un fratello. 

Chi di noi ha mai avuto l’impressione di battere un sentiero scelto e sicuro, con la convinzione ch’esso ci avrebbe portato là dove volevamo arrivare, senza la paura di incorrere in biforcazioni o tronchi caduti?  

D’altronde ogni bambino sa cosa vorrebbe essere, non ciò che sarà. 

L’occhio si spinge più in lontananza, le guglie che ci danno il benvenuto hanno un retrogusto avventuroso, come se la loro parola lignea respirasse oltre le fredde facciate delle loro mura: sarà davvero casa quella che lo aspetta, oppure è solo una nuova tappa da toccare prima della decisione di continuare, a dispetto degli anni, della vecchiaia e della stanchezza che minacciano le sue membra ad ogni passo?  

Non vediamo la sua espressione, ci volta le spalle, con la determinazione di chi si lascia portare dal caso senza mollare le briglie che gli ha imposto, come un cheto avvertimento di padronanza della sorte. Ma immaginiamo ora come dovrebbe apparire il suo viso, scavato dai raggi del sole che senza pietà bussano sul suo carro, fermo nei secondi che scorrono come acqua, seppure imprigionati nel serrato disegno della tela; con occhi fermi e sereni che osservano l’avvicinarsi dell’urbe, attendendo con pacifica immobilità l’arrivo in un nuovo idillio dalle figure nuove e sconosciute, che si piegheranno alla sua attenzione di viaggiatore esperto come steli di margherite sotto le dita bianche delle fanciulle. 

Quell’uomo è nostro fratello. 

Ha calpestato foglie secche, il suo destriero; le sue suole consumate sono passate sopra distese di ghiaccio e neve i cui riflessi davano vita ad immensi mostri cristallini. È con occhio assente che, masticando tabacco, è passato attraverso le vie infuocate dei villaggi nelle lunghe giornate d’estate; non dolgono più, i muscoli, quando la salita si fa ardua. È cavaliere del proprio destino, ormai solingo viaggiatore di epoche e terreni, in cerca della verità che sa di poter trovare solo dentro sé.   

Quanti mondi differenti gli uomini si sono impegnati ad attraversare, col coraggio di fuggire dai lacci sofferenti della stanzialità per rincorrere un nuovo sogno. 

Quell’uomo è nostro fratello, che armato di buone scarpe e della compagnia d’un vecchio animale se ne va per le strade del mondo. 

È un carro fantasma quello che lo scorta, quel tipo di carro che mai nessuno noterà con gli occhi della superficialità assente che ci riempie la mente di futili nozioni sulla verità delle cose. È un uomo fantasma, perché solo chi abbia provato l’insicurezza di non comprendere la propria strada può vedere le cicatrici che porta sulle mani.  

Quell’uomo…è mio fratello. 

(C.F.R)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'