Home » itinerari letterari » Deledda racconta

Deledda racconta

Deledda racconta - Camperarcobaleno

 La Terra Sarda

 

…ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell’antica città romana. 

  

 Il paese di Galtellì,  si trova  nella valle del Cedrino, ai piedi del monte Tuttavista, una suggestiva collina calcarea di 800 metri. 

Il nome del paese deriva da castellum e può indicare il luogo dove tra l’XI e il XII secolo si trovavano numerose fortificazioni. 

  

Per coloro che amano le suggestioni paesaggistiche possiamo citare la  Sa Pedra Istampada, la Roccia Forata, un arco scolpito dal vento alto 30 metri. 

 Il nome “Galtellì” deriva forse dal latino “castellum” e sarebbe riconducibile alle fortificazioni che sorsero sul territorio tra l' XI e il XII secolo.  

Galtellì apre le porte del suo minuscolo ma emozionante paese al ricordo di Grazia Deledda, del suo romanzo ‘Canne al Vento’ con i panorami e le vicissitudini degli abitanti di Galte che inevitabilmente diventano un tutt’uno di emozioni e paure. 

 

Lunghe muriccie in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendìo selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l'idea che un cataclisma abbia distrutto l'antica città e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge timida fra tanta desolazione, e pinte di melograni e di carrubi, gruppi di fichi d'India e palmizi danno una nota di poesia alla tristezza del luogo''.  

 

 Passeggiando tra le sue strade  strette e assolate,tra silenziose  piazzette ed  vicoli quasi uggiosi, il cui nuovo acciottolato li riporta a tempi più nobili e più vissuti, ci si ritrova a seguire le descrizioni scritte dalla Deledda e quasi ad ascoltarne le sua voce, passo dopo passo e riscoprendo insieme luoghi antichi come i ruderi del Castello di Pontes…

 

  …ecco ad un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d’una collina simile ad un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del castello…l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico, roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore…”

 

Un romanzo e un percorso che ci riporta a quell’ antica Galte descritta per i suoi colori per i suoi odori di pane e fumo di sigari degli uomini, per gli infiniti incanti dei panorami, per i silenzi e per gli sguardi che questa terra e questo paese regalano.

 Siamo lontani da quella Sardegna che da anni ci viene proposta, fatta di splendide insenature marine ahimè in parte modellate per opera di un uomo sempre più smanioso di immagine, lontano da borghi costruiti su effimere immagini di vita solo per pochi, di vacanze lussuose e intemperanti nei confronti di chi ricerca solo la bellezza della natura e la tranquillità, tanto esasperanti quanto evanescenti, più brevi della corsa verso la carrozza- zucca di una Cenerentola impaurita, inavvicinabili mete turistiche perché irreali.

 

Galtellì fa parte di una terra sarda nobile e schiava allo stesso tempo, vera e cruda come il sole che con disprezzo graffia nostri corpi con raggi affilati quali spade, è un paese dove gli occhi profondi e scuri delle donne seguono silenziosamente i passi dei turisti dalle persiane socchiuse delle case, è il ritmo di una vita faticosa e faticata da uomini curvi e gelosi che calpestano il selciato con i loro carichi adagiati pesantemente sui muli, è sconforto e rassegnazione, è timore e spavalderia. E’ terra sarda

Tra le case basse e bianche  del vecchio borgo medievale  l’aspettativa di ritrovare la casa delle Dame Pintor è tanta, una casetta  a due piani, non in buonissime condizioni, dall’aria quasi stanca , il pozzo a forma di nuraghe … 


Donna Maria Cristina è viva e s'affaccia al balcone ove sono stese le coperte di seta. Donna Noemi è giovanissima, è fidanzata a don Predu, e don Zame, che segue anche lui la processione, finge d'esser come sempre corrucciato, ma è molto contento...
Ma il canto delle donne cessò e alcune s'alzarono per andarsene. Efix, che aveva appoggiato la testa alla colonna del pulpito, si scosse dal suo sogno e seguì donna Ester che usciva per tornarsene a casa. Il sole alto sferzava adesso il paesetto più che mai desolato nella luce
abbagliante del mattino già caldo: le donne uscite di chiesa sparvero qua e là, tacite come fantasmi, e tutto fu di nuovo solitudine e silenzio intorno alla casa delle dame Pintor."

…casa in cui la stessa Deledda soggiornò e dove pensò a questo romanzo, descrivendo anche l’ex cattedrale di San Pietro risalente al XII secolo… 

  

…La Basilica cadeva in rovina; tutto vi era grigio, umido e polveroso: dai buchi del tetto di legno piovevan raggi obliqui di polviscolo argenteo che finivano sulla testa delle donne inginocchiate per terra, e le figure giallognole che balzavano dagli sfondi neri screpolati dei dipinti che ancora decoravano le pareti somigliavano a queste donne vestite di nero e viola, tutte pallide come l'avorio e anche le più belle, le più fini, col petto scarno e lo stomaco gonfio dalle febbri di malaria''. 
 

E infine, l’orto del vecchio Efix, di un uomo diventato vecchio che cela in sé ogni triste realtà di quella famiglia e la condizione di precarietà emotiva, un uomo che ha passato la sua vita ad ascoltare il soffio del vento tra gli asfodeli senza ascoltare mai sino in fondo il suo cuore… 

 
… il poderetto che Efix considerava più suo che delle sue padrone: trent'anni di possesso e di lavoro lo han fatto ben suo, e le siepi di fichid'India che lo chiudono dall'alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione in scaglione dalla collina al fiume, gli sembrano i confini del mondo.

E lasciandoci trasportare, come bimbi, dalla consapevolezza dell’esistenza in questa terra meravigliosa di un mondo animato da fate e folletti… 

  …  la luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l'uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d'uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell'uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. 

 

 

 

 

 

 

Su Pinterest

Su Pinterest - Camperarcobaleno

Ho ideato una pagina in cui Ti racconto dei miei viaggi, delle immagini e degli aneddoti sulla mia avventura insieme a Lyla e a Camperarcobaleno. Di ogni pagina troverai molte altre fotografie relative agli articoli scritti nel sito. Ti aspetto. Alberta con Lyla

Chi abbandona un cane non è un camperista

Chi abbandona un cane non è un camperista - Camperarcobaleno

(Lyla, Pastore Abruzzese, 11 anni, Mascotte di Camperarcobaleno)

L'Agenda di CA su Facebook

L'Agenda di CA su Facebook - Camperarcobaleno

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'