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Deledda racconta

Deledda  racconta - Camperarcobaleno

Casa Deledda


La casa natale di Grazia Deledda, una costruzione assai semplice su tre piani con un bel cortile interno, è situata a San Pietro, tipico rione di pastori che è parte dell’ antica  città.
 

In un suo articolo apparso nel 1091 Grazia Deledda racconta così la sua città: 

 

 

"L'interno del paese è di una primitività più che medioevale, con strade strette e mal lastricate, viottoli, casupole di granito con scalette esterne, cortiletti, pergolati, porticine spalancate dalle quali s'intravedono cucine nere e interni poveri ma pittoreschi. Nuoro ha un Corso lastricato, chiese, caffè, ecc., ma ciò che può interessare è l'interno del paese, le casupole di pietra, nido o covo d'un popolo intelligente e frugale, che lavora e vive tutto l'anno di pane d'orzo, che crede in Dio e odia il prossimo per ogni più piccola offesa...

 

 Qui la scrittrice vive sino al giorno in cui  sposa Palmiro Medesani per poi, un anno dopo,  trasferirsi  a Roma.

 Nel 1913 la casa viene venduta, ormai Grazia viene qui di rado, e dichiarata monumento nazionale prima , diviene poi proprietà del Comune di Nuoro che a sua volta la cede per 1000 lire all'Istituto Superiore Regionale Etnografico. 

Questo si adopererà  allo scopo di far diventare la casa  un museo a lei dedicato, raccogliendo notevoli documentazioni, foto, scritti e oggetti in parte proveniente dalla casa di Roma grazie all’apporto di una sua parente.   

Oggi il Museo, dopo alcuni lavori di ristrutturazione,  si presenta al pubblico sotto una nuova veste, arricchito non solo di nuove documentazioni ma ricomposto il legame affettivo tra lei  e la sua città, senza tralasciare il contesto storico e sociale del tempo che Grazia Deledda ha vissuto. 


La prima sala ci introduce all’ambiente sociale e culturale appartenuto anche a Grazia Deledda; oggetti, manoscritti risalenti ai primi del ‘900, quando la città di Nuoro era poco poù di settemila abitanti e dove la vita di città era strettamente legata a quella della campagna.  

La stanza accanto è dedicata alla sua vita familiare e culturale trascorsa nella città di Roma, dove grandi pannelli ci raccontano la sua vita di donna e di scrittrice, il Premio Nobel e alcuni oggetti personali che rivelano una mente estremamente acuta e nello stesso tempo semplice, una donna quasi qualunque con la grande capcità di scrivere e di raccontare ma allo stesso tempo fragile per la sua malattia che avrà il sopravvento nel 1936.

La cucina ci racconta Cosima, suo romanzo autobiografico che vide la luce della pubblicazione solo dopo la scomparsa della sua ideatrice con la ricostruzione di arredi e oggetti d’epoca, un tavolo in castagno, le pentole di rame, formaggi e pecorino e dove un canestro di asfodelo, meravigliosa pianta, accoglie in séi il pane d’orzo e dove ancora aleggiano le sue righe, le sue parole:
 

(…)le padelle di rame accuratamente stagnate, le sedie basse intorno al camino, le panche, la scansia per le stoviglie, il mortaio di marmo per pestare il sale, la tavola e la mensola sulla quale, oltre alle pentole, stava un recipiente di legno sempre pieno di formaggio grattato, e un canestro di asfodelo col pane d'orzo e il companatico per i servi......... 


Ambiente importante, forse più importante della cucina, e mai frequentato dalla famiglia, era la dispensa, luogo dove venivano custoditi sotto chiave le provviste, grano duro, orzo, corone di fichi secchi , grappoli di pere e mele legati tra loro da filo di rafia, rami di erbe aromatiche quali alloro e lavanda, elicriso e menta insieme a grappoli di uva lasciati ad essiccare e dove panni bianchissimi venivano riposti puliti, adatti per lasciare risposare e lievitare il pane da infornare. Un ambiente magico e avvolgente per i suoi profumi intensi che emanavano per tutto il corso dell’inverno e che tanto affascinava la giovane Grazia.
 

"Mucchi di frumento, di orzo, di mandorle, di patate, occupavano gli angoli, mentre una tavola lunga era sovraccarica di lardo e di salumi, e intorno, i cestini di asfodelo pieni di fave, fagiuoli, lenticchie e ceci, facevano corte agli orci di strutto, di conserve, di pomidoro secchi e salati. Ma quello che più attirava la bramosia di Cosima erano alcuni grappoli d'uva e di pere raggrinzite che ancora pendevano da una delle travi di sostegno del soffitto (…)

Lasciata l’ambientazione più legata alla terra sarda, il primo piano accoglie il turista nella sala che fu quella da letto dei genitori della scrittrice e ora a lei dedicata  e al premio Nobel.
 

 Due vetrine in vetro  presentano il diploma e la medaglia originali del Premio mentre  pannelli ripropongono delle  immagini della premiazione e brani tratti dal discorso pronunciato durante la cerimonia oltre alla  cena serale in suo onore mentre  un grande schermo lascia scivolare  foto e filmati sulla visita a Stoccolma.


Accanto a questa stanza dove si mescola la storia e l’emozione ne troviamo un’altra, una  volta stanza dedicata agli ospiti, dal titolo ‘ Nuoro Atene dei Sardi’. Qui vengono ricordati nomi illustri di persone e di artisti quali Satta, Ballero e Gallisay, personaggi di spicco dell’arte, della musica e della scultura che hanno portato l’affermazione sarda  nel mondo culturale.
 

A proposito di questo la Deledda scrisse: 

"E' il cuore della Sardegna, è la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni. E' il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, così esagerata oltre mare. Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l'Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell'isola.
Abbiamo artisti e poeti, scrittori ed eruditi, giovani forti e gentili, taluni dei quali fanno onore alla Sardegna e sono avviati anche verso una relativa celebrità".

La  camera da letto della scrittrice, completamente rinnovata e ispirata ai suoi scritti autobiografici, si trova al terzo piano della casa, stanza dove il tempo si è fermato ai giorni che precedono le nozze con Palmiro. Una stanza semplice, il suo letto appoggiato al muro, una libreria che raccoglie i libri della sua giovinezza, uno scrittoio con la sua penna, il suo calamaio e i suoi occhiali appoggiati su un astuccio in pelle nera e le sue partecipazioni delle nozze, proprio come vorrebbe anche oggi una giovane donna prima di un giorno così importante.
 

Nella stanza che è stata dei fratelli di Grazia, si presenta la "soffitta" della memoria, un avvicendamento atemporale che contiene documenti, oggetti personali, libri, foto, e tutto ciò che lega la vita di questa scrittrice ad altri e ad altro, che siano queste persone che vicissitudini.  

E in quello che un tempo era cantina si trovano i passi che condussero Grazia Deledda verso Roma, verso cioè quel mondo che la legò sino alla sua morte come moglie che come scrittrice, in un legame quindi che va dalla sfera privata a quella pubblica con proiezioni di brani tratti dalle sue opere e della sua vita. 

Dietro una porta a libro si dispiega la ricostruzione dello  studio romano della scrittrice, avvolto in una atmosfera di un tipico  interno borghese del primo Novecento. 

Il pavimento è in parquet, i muri ricoperti di carta da parati, la luce emanata da un lampadario su cui fanno bella mostra graziose nappine e pesanti tende di velluto, arredamento scelto personalmente da lei nei primi decenni del 1900. 

Terminata la visita all’interno della casa si può passare al piccolo cortile triangolare la cui pavimentazione è in selciato e dove un grande pannello racconta  la storia di questa casa dell’ottocento.  La grande  corte interna è ombreggiata da due grandi e pacifiche  querce secolari,  panchine e colonne –libreria invitano a soffermarsi per godere della dolce ombra e alla lettura. 

 

  

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'