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D'Annunzio racconta...

D'Annunzio racconta... - Camperarcobaleno

Torre Astura

 

 

 

 

 

 27-28 febbraio 1897

Gabriele D’Annunzio
(…)La spiaggia era ricca di statue, di anfore, di oggetti antichi, ritrovati dai pescatori - Oh una statua divina, sotto le acque, una apparizione sublime dell'arte, fuor del mare - una Venere prassitelea che propiziasse il loro amplesso impetuoso! (…)
(…) Nell'arena calda camminano gli insetti neri, pesanti, stercorarii. La Pineta meravigliosa. Sì entra come in un incanto. Tutto il terreno e coperto d'un tappeto alto di aghi.
I tronchi sono così fitti che lasciano appena penetrare qualche occhio di sole. La parte inferiore sembra morta, nell 'ombra, e secca, arida. In tutte le congiunture dei rami si sono accumulati gli aghi morti, in fasci. I rami ne sostengono a volte grossi cumuli. Un intrico straordinariamente sottile e composto. Le pigne vuote o verdi sono sparse sul tappeto soffice e innumerevole. (…)
I fusti si diradano, nelle radure si scorgono allora le cime degli alberi, verdi, fiorite, con le innumerevoli piccole dita tra bionde e rosee che oscillano in cima.
Il vento a tratti fa crollare tutto il lungo fusto sottile che dà un gemito come l'antenna del naviglio. E s'ode, come vegente da un indefinita buiananza, il rumore del Mare. (…)

 

Da Nettuno si entra nella campagna aperta, verso il Poligono. La prateria, coperta qua e la, di macchie rossastre d'erbe, limita il mare. Le greggi nere e bianche. Una grandiosità triste. Si entra pei cancelli. Un soldato viene ad aprire. Uno spiazzo tutto ingombro di fusti di cannone in disuso, di vecchi cannoni arruginiti, di carcasse inutili. (…) 

E la pianura continua, continua, limitata da qualche bosco nudo. Intere estensioni sono sparse di alberi troncati, che si sollevano da terra. Si aprono i cancelli. Un color verde bronzino - Sotto le querci nude pascolano i cavalli fulvi e neri, dalle lunghe code, pelosi, selvaggi. A un certo punto della strada, su una colonna di granito è una piccola madonna di marmo bianco: una Concezione, fatta erigere dal principe Borghese in memoria d'uno scampato pericolo(…) 

Si apre un cancello e si entra in una strada arenosa dove le ruote della vettura si affondano. Si vede il mare. Sempre, in fondo, si vede la forma azzurrognola del Circeo.
Ecco la pineta, ecco la Torre. È una specie di penisoletta che si protende fra il mare di Anzio (Caprolace) e il mare di Terracina. Da una parte si vede il seno di Anzio con la lingua di terra biancheggiante si case fino al lontano molo: dall'altra si vede un altro seno limitato da una lingua di terra che prolungasi fino al Circeo. Verso l'estremità i vapori nascondono la riva, e il Circeo sembra isolato nel mare. In fondo la catena di montagne che va verso Terracina.
La sabbia qua e là acquitrinosa, è viva di vimini e sparsa di piccole strisce come d'un nastro argenteo che riluce al sole e biancheggia finemente. Una piccola cappella dalla porta rossa è di fronte alla Torre.
La Torre è nel mezzo del mare, legata alla terra da un ponte lungo e stretto su arcate. È una specie di piccolo castello di mattone, merlato. Si sale alle logge da cui si scopre tutto il mare e la duplice visione. Nel mare si veggono le fondamenta di antichi edifici con figure regolari, geometriche. A sinistra una corona di scogli su cui svolazzano i gabbiani. Una immensa serenità: il mare è apertissimo. La torre è abitata dalle guardie di finanza. V'è nel muro un foro, a cui si sale con una scala applicata alla parete. Si entra in una piccolissima stanza, in una specie di cella, che fu - dicesi- la prigione di Corradino. Dinnanzi al Castello il terreno è coperto di piante grasse e di cacti.
Nella Pineta i rami biforcuti sono carichi di aghi secchi, come le forche sono cariche di paglia. Cumuli ne sono ai piedi dei fusti - Tutta la vitalità degli alberi è parlata alle cime che si dondolano al sole impercettibilmente. Nelle radure alcuni fusti sono curvati a terra, toccano la terra con la vetta.
Le vele bianche curve sotto il vento, lungo la spiaggia del Circeo (…)
La grande spiaggia argentea e deserta. I gabbiani che galleggiano. Le rane roche negli acquitrini.
La strada, per andare alla torre, passa per un piano tutto coperto di duri mirti color di bronzo - verdura forte tenace, aromatica d'uno straordinario vigore. Poco dopo il cancello che s'apre sul viale conducente alla Torre, è un casale contornato di mucchi di paglia. Ivi è il traghettatore, che traghetta i passeggeri sul fiume presso la foce.
In mezzo al campo dell'artiglieria, ove sono i vecchi ordigni, sventola una bandiera rossa infissa in una pertica. (…)


 

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'