Curon Venosta

Curon Venosta - Camperarcobaleno

Il paese sommerso

 

 

Il nostro camper scivola più o meno velocemente su strade costeggiate da prati verdi e profumati da fiori e da erba seccata al sole, si arrampica ansimando in strade quasi impossibili per non dover sbuffare ed ansimare, si riposa al sole tiepido e luminoso della montagna, cullato da vento fresco e ristoratore.

Curon è un paese famoso della Val Venosta, ad un passo dalla frontiera e qui la lingua tedesca è molto volentieri parlata e fa parte di questa popolazione le cui origini sono remote, luoghi battuti da popolazioni celtiche, poi Romane (qui è stata costruita la famosa via Claudia Augusta che collegava la allora Italia con la Germania) e germaniche.

Alla nostra domanda su dove poter sostare col camper, ci viene indicato un piazzale che in inverno è probabilmente affollato di auto e da sciatori.

Nonostante il paese sia di recente realizzazione è molto accogliente e cordiale, composto di case in stile tirolese e montano i cui balconi sono veri e proprie tavolozze di colori rossi accesi dei molteplici geranei.

 Curon è rinata dopo aver dovuto subire la creazione del bacino artificiale per la produzione di energia elettrica, idea nata già nei primi anni del ‘900 e poi realizzata nel 1950.

Questa realizzazione ha però avuto un impatto devastante e tragico nella vita dell’intera popolazione, costretta ad abbandonare l’intero abitato prima che un' enorme massa d’acqua sommergesse ogni cosa.

Ricostruita più a monte rispetto al luogo antico, rimane quale testimone della scelleratezza umana il campanile della chiesa del paese, che sembra galleggiare sull’acqua del lago, come un fantasma o un’anima in pena che ancora oggi si lamenta per il dolore dell’anima.

Il lungo lago è affascinante, lo spettacolo intorno idilliaco e rigeneratore ma la visione di quel campanile è inquietante e non si riesce a volgere lo sguardo verso scenografie migliori.

Ruba la scena, il campanile, avvolto al mattino nelle nebbia o illuminato dai raggi del sole. Il lago sembra scomparire o è solo un modesto sfondo per mettere in risalto questa che è stata una tragedia annunciata a cui nessuno ha potuto sottrarsi.

Passeggiare lungo le sue sponde, fare un giro in bici, godere di tanta natura e di tanta pace fa sicuramente bene dove ora c’è pace, dove ora che tutto tace. Qualcuno dice che non è così, si sentono le campane battere ancora nelle notti tristi e gelate dell’inverno. Il campanile non tace, dicono. E’ una vecchia leggenda ma tutti ci credono e non hanno certo bisogno di dirlo per farsi pubblicità, per far accorrere i turisti.

Non riesco a immaginare che sotto tutta quest’acqua ci sia un paese e cerco di immaginare, su questo molo in legno cigolante e stridulo, per quale arcano meccanismo si sia potuta realizzare un’opera tanto grande, più grande di vite umane ridotte alla povertà o costrette ad emigrare.

Certo, la vita va avanti. L’ho visto nel Museo dedicato alla tragedia del Vajont, ora lo vedo adesso e comprendo altre facce di tragedie, altri visi solcati dal dolore. In maniere diverse, in volti diversi ma accomunati dallo stesso sentimento.

Curon è bella al tramonto, gli alberi si infiammano di quel colore che solo gli ultimi raggi del sole sono capaci a regalare, le montagne intorno emanano il loro splendore donato da un cielo blu terso, passi di uomini giovani calpestano le vie centrali di questo paese tranquillo che nelle ore serali sa di legna bruciata nei caminetti e nelle stufe. Ma è anche triste e quel campanile lo esprime chiaramente.

Ora inizia a far freddo, seduta su questa panchina.  Il sole è tramontato al di là delle montagne, Lyla mi guarda ricordandomi che è ora di tornare in camper. Al caldo, nel nostro rifugio su ruote, ci aspetta un buon thè e una calda zuppa. Arrivederci Curon, domani si riparte

(A.L Agosto 2015)

 

 

 

 

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'

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