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Crespi racconta

Crespi racconta - Camperarcobaleno

Il Villaggio operaio di Crespi d'Adda

 

Sulle rive del fiume Adda, tra Bergamo e Milano, c’è un posto che vi invito a conoscere e visitare perché ha una storia unica, fatta di Lavoro e di Persone, Passione e Dignità.

Ho pensato se, il raccontare di questo luogo, potesse avere spazio nella pagina dedicata agli itinerari culturali, fatta soprattutto di scrittori, poeti e da poco tempo anche musicisti.

Se il termine ‘cultura’ lo si definisce, nei termini sociologici ed etnologici quale l’insieme di concezioni, di modelli di comportamento sociale relativo anche alle attività materiali e lavorative, allora credo di non aver sbagliato.

Siate invece clementi se il mio ragionamento è troppo esuberante e la sola giustificazione che posso presentare è quella di voler raccontare di un luogo così bello e degno di essere visitato da poterne non scrivere.

Questo luogo si chiama Crespi d’Adda e lo racconterò come me lo hanno raccontato, in una giornata di inizio maggio, tra le mura e le vie di questo borgo.

C’era una volta un uomo che, vedendo sulle rive del fiume un vasto territorio incolto e volendo seguire, come nel resto d’Europa, quel progresso industriale di cui l’Italia in quel periodo deficitava, decise non solo di costruire un nuovo cotonificio ma di realizzare intorno ad esso una vera e propria cittadina in cui gli operai potessero vivere.

Mania di grandezza, sottomissione da parte della classe operaia al padrone, un impianto che assomiglia più ad un campo di concentramento oppure, all’opposto, un benefattore verso la classe sociale più umile, il tentativo di dare a tutti l’opportunità di vivere una vita più agiata e più dignitosa….di Crespi e della sua idea realizzata nel giro di circa cinquan’anni, si è detto tutto e il contrario di tutto.

Comunque la si pensi, in maniera obiettiva si può affermare che  il Villaggio di Crespi d'Adda è sicuramente  la testimonianza più eclatante del porsi in essere dei villaggi operai italiani che si è sviluppato e mantenuto, non senza problematiche, sino ai giorni nostri.

L’idea principe dell’ideatore di questo centro urbano si basava su un modello di città ideale di tipo illuminista, un microcosmo perfetto dove la vita lavorativa era impregnata sul lavoro nel cotonificio ma che vedeva, al di fuori di questa, una realtà fatta di case con giardino, munite di servizi igienici e dove anche la vita sociale era segnata da una scuola, piscina, ospedale e cimitero.

Tutto il plesso iniziò a prendere forma alla fine dell’800 con la costruzione della fabbrica a cui seguirono le prime abitazioni composte in tre palazzi a più piani che oggi si possono vedere all’inizio della passeggiata.

A questi tre palazzi, squadrati e un po’ anonimi, non ne seguirono altri per volontà del figlio del fondatore al quale non piaceva questo tipo di architettura. Vennero così iniziati i lavori di casette indipendenti le une uguali alle altre, somiglianti alle casette inglesi, ma con i comfort già citati e cintati giardini.

Poiché il lavoro era in continua espansione, le casette vennero costruite in fasi diverse ma tutte con lo stesso principio. Le diversità architettoniche riguardano sostanzialmente il grado di lavoro svolto: gli operai avevano casette semplici, i dirigenti quelle più sfarzose e più riccamente adornate con giardini dove crescevano alberi e arbusti decorativi.

In mezzo a tutto ciò spicca il Castello, la casa che i Crespi utilizzavano in estate perché la loro abituale abitazione era a Milano.

L’intera struttura industriale venne costruita e realizzata nei modi e negli stili in voga in quel periodo in Europa ed è piacevole constatare che questo opificio sia stato organizzato esteticamente con colori quali il rosso mattone, grandi finestre e decorazioni a mattoni a vista. La stessa grande ringhiera che abbraccia il complesso plesso di lavorazione del cotone è in rosso mattone con decorazioni in ferro battuto molto delicate e armoniche, costruite da un artigiano della zona.

Durante l’era fascista vennero eliminate numerose decorazioni dalle case degli operai e cambiato nome al borgo, ma non vennero toccate le uniche due palazzine che si affacciano sul plesso abitativo e industriale da una collina, quella del parroco e quella abitata una volta dal medico.

Poiché si dava risalto non solo al lavoro, il borgo annoverava anche la presenza di una piscina, di un teatro e i bambini erano accolti in una scuola.

Le massaie avevano a disposizione un grande spazio con un trogolo per lavare i panni e la Chiesa venne costruita esattamente quale copia della chiesa di  Busto Arsizio, composta anch’essa con i dettami architettonici rinascimentali.

Non manca certo, alla fine di un lungo viale, il cimitero.

Semplici croci in pietra in lunghe file sono il ricordo delle persone che qui hanno lavorato e vissuto, con un nome e cognome segnato. La terra che avvolge i luoghi di sepoltura è in erba rasa e quasi più nessuno qui depone un fiore. Da quel punto si erge sopra le semplici croci il pesante quasi megalitico mausoleo dei Crespi che anche da qui sembra che tutto controlli, anche il riposo eterno. Quasi alla cima dell’imponente costruzione vi è la statua di una donna, ignota, la quale, vuole la leggenda, scenda ogni notte per confortare e giocare con i bimbi qui sepolti.

Il tempo e le vicissitudini storiche hanno dato opulenza e vitalità a questo luogo ma che poi vide anche il suo tramonto e la sua fine.

C’è un orologio sulla facciata principale dell’opificio e segna inesorabilmente le 16.51 di un giorno in cui tutto questo terminò e il cotonificio chiuso per sempre. Tra problemi economici e sociali, trasportati da un mondo in mutamento, i Crespi vendettero la fabbrica e piano piano quel sogno di città ideale venne meno tanto che, coloro che negli anni a venire ricomprarono la struttura, idealmente spezzarono il connubio fabbrica/borgo. Nel 1973 poi tutto finì e tutto tacque.

Oggi Crespi d’Adda è Patrimonio UNESCO e tra queste vie le voci dei fantasmi sono tante, da ascoltare, portate dal vento.

 (A.L.)

 

 

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