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Castello di Trezzo- Trezzo sull'Adda

Castello di Trezzo- Trezzo sull'Adda - Camperarcobaleno

Apertura al pubblico: si  con barriere architettoniche presenti

 Open- no handicap accessible-Ticket

 Da visitare:Oasi Le Foppe,Centrale IdroelettricaTaccani,Santuario di Concesa

Info stradali e camper a fondo pagina

 

 

 

 

Furono probabilmente i Celti a insediarsi nel luogo dove oggi sorge Trezzo, il cui nome deriva da 'trecc' che significa ‘promontorio’ il che  denota la conformazione di questo territorio solcato dall’Adda. Sicuramente popolato da tribù provenienti dall’area danubiana, Polibio racconta che i romani ricacciarono verso nord quelli che molto generalmente definivano ‘galli’ ma che poco  avevano a che fare con gli attuali francesi e probabilmente il termine gallo era usato nel termine di barbaro. Nonostante varie bonifiche attuate dai romani, si ha con la venuta dei Longobardi la realizzazione di un nucleo fortificato e la leggenda vuole che fu la Regina Teodolinda a volere la costruzione di queste difese contro gli Orobi, che fondarono le città di Bergamo e Como.

La costruzione di questa cinta muraria probabilmente munita di una torre, fu la base per la realizzazione di una più stabile fortezza diventando importante nel periodo longobardo e appartenuta a Liutfredo Vescovo di Tortona.

Poco dopo lasciata al suo destino, sarà Federico Barbarossa nel 1158 ad occupare il luogo facendo innalzare tre torri e numerosi ponti in legno. Il luogo era particolarmente privilegiato in quanto poteva essere ben difeso dato che si trovava sulla punta della penisola protesa verso il fiume; Barbarossa ne fece sua residenza e punto strategico per attuare le varie incursioni contro Milano.

Solo nel 1167 il castello viene restituito ai milanesi dopo varie battaglie e poiché era il simbolo della potenza e della distruzione del Barbarossa, questo venne in parte demolito sino a che il Cardinale Sessa nel 1211 fece eseguire alcuni lavori di ristrutturazione.

Durante l’era dei Comuni molteplici furono i proprietari del castello tra cui nobili e capitani di ventura sino al 1230 quando Guazzone di San Gervasio lo fece ampliare ponendo un grande ponte in pietra, testimone silente dei tentativo fallito di conquista prima da parte di Federico II di Svevia e di Carlo d’Angiò nel 1275 .

Con la proprietà guelfa della famiglia Torriani, il castello divenne una prigione. Conteso tra le lotte di guelfi e ghibellini tra le truppe di Martino della Torre e di Ezzelino da Romano, il castello subì notevoli crolli e disfacimenti ma non perdendo mai la sua importanza strategica.

Nel 1278 fu restaurato da Cassone Torriani che lo modificò in una struttura più complessa rispetto al precedente uso fortificatizio. Ma faide interne alla famiglia Torriani vedono il passaggio di proprietà ai Visconti, già Signori di Milano, dopo un assedio da parte di Galeazzo Visconti durato circa otto mesi.

Passato di proprietà ad Azzone Visconti, questo lo abbandonò all’incuria e usandolo solo quale prigione .

Il castello rivedrà nuova luce grazie a Bernabò Visconti, nipote di Azzone, il quale volle modificare parte della struttura per meglio adattarla alle esigenze belliche del periodo. Infatti fece smantellare alcune fortificazioni , a parte la Torre Nera che verrà usata quale deposito di armi e polveri da sparo, e nel 1356 cominciarono i lavori di ristrutturazione dell’intero castello.

Per le mura vennero utilizzati pietre fluviali propri del fiume Adda con spalti e gallerie che si affacciavano verso oriente mentre verso il paese si innalzava un mastio con ponte levatoio e merli alla sommità.

A pianta rettangolare come tutti i castelli viscontei, racchiudeva in sé una imponente piazza d’armi racchiusa da lunghi porticati dove vi erano le modeste stanze dei soldati e quelle principesche di Bernabò.

La novità più eclatante stava nella realizzazione di una fitto sistema di gallerie sotterranee, luogo di eventuale fuga che portava direttamente sul fiume mentre un ponte costituito in ben tre livelli per il passaggio distinto di persone e carri, lungo di più di otto metri con una unica arcata munito di merlature e di pone levatoio, permetteva il raggiungimento della terraferma.

Il regno di Bernabò durò sino a quando suo nipote, Gian Galeazzo Signore di Pavia lo fece rinchiudere proprio nel suo castello, in una di quelle celle volute e realizzate secondo le sue idee trasformando così sogni di gloria in un incubo che lo porterà alla morte.

 Con Gian Galeazzo il Ducato di Milano vosse tempi moderatamente tranquilli e anche il castello cominciò a definirsi punto nevralgico di protezione nei confrontio del ducato stesso. In questo periodo sorsero alune fortificazione che trasformarono la struttura in vero punto di difesa come il Porto Colombaro che si presentava quale torre squadrata di avvistamenteo inglobata poi nella cascina detta Colombara.

Nel 1416 con Filippo Maria e la reggenza di Caterina Visconti riprendono le ostilità con i vicini Gonzaga, Colleoni e Malatesta che cercano di impossessarsi della fortezza. E’ in quell’anno che purtroppo il famoso ponte di Bernabò viene distrutto e mai più ricostruito.

Alla scomparsa di Filippo Maria, la difesa di Milano passa a Francesco Sforza il quale fece realizzare il Naviglio Martesana per permettere all’acqua dell’Adda di arrivare sino alla città di Milano. Sarà con Ludovico il Moro che questo naviglio diventerà poi navigabile.

Negli anni alla fine del 1400 si ha la presena di Leonardo da Vinci al Castello, presenza dovuta a suoi studi di ingegneria idraulica e militare con la prospettiva di progettare un complesso stato di canali che portassero a Milano le acque del Lago di Lecco.

Questo è forse il periodo di maggior luce per questo castello, luogo dove feste e presenze di personaggi illustri ne facevano da sfondo. Ma anche questo periodo sfumò in breve tempo con la guerra franco-spagnola e Carlo V non si servì più di questo baluardo di difesa del territorio.

Il Castello abbandonato, andò in rovina tanto che nel 1671 vide  gli spagnoli mettere all’asta l’intero borgo, colpito da saccheggi, rovine e peste. Solo il Castello rimase di proprietà degli spagnoli che lo utilizzarono solo come prigione.

Lasciato al suo destino di declino, solo con Napoleone si ha una vaga idea di poterlo nuovamente riportare ai suoi antichi splendori, idea vaga e mai realizzata.

Passato di mano in mano, l’800 vede purtroppo i segni vandalici di coloro che utilizzarono le sue pietre e i suoi resti per farne l’arena di Milano,per venderne blocchi quale materiale da costruzione già lavorato e per porre nella Villa Reale di Monza le sue già esigue decorazioni.

Nel 1890 l’intero castello, ormai diroccato e ridotto solo a umili branelli di muri, viene acquistato dall’industriale tessile Crespi con lo scopo di costruire sull’Adda una centrale energetica con il preciso intento di non portare al paesaggio altra distruzione e rispettando comunque i resti del castello, posto proprio dietro alla centrale.

Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale il castello è ricovero del distaccamento partigiano di Trezzo e solo dopo il 1982 il Comune ne diviene proprietario e dà inizio ad una fase lunga e progressiva di ripristino di ciò che del castello rimane.

La visita a questo edificio è oggi realizzabile e piacevole grazie  a vari interventi perché di queste antiche mura non si perda più il grande significato di storia.

 

LEGGENDE 

 

La prima leggenda non ci è,  nel tempo, molto lontana. Si narra infatti che durante la Seconda Guerra Mondiale, tra le mura del castello, si fossero accampati per una notte buia, un gruppo di soldati tedeschi.

Durante quella notte questi furono svegliati da strani rumori e  trovarono  dinanzi a loro un gruppo di  soldati in armatura medievale che li invitarono a seguirli. Questi vennero portati davanti al  loro Signore che offrì loro da bere.

La mattina seguente quando i militari tedeschi si svegliarono ognuno pensava di aver sognato scoprendo che anche tutti gli altri avevano fatto il medesimo sogno.

Se la storia è vera si può risalire alla leggenda che il Castello di Trezza ancora oggi sia protetto da Federico Barbarossa il quale ‘veglia’ sul suo palazzo proteggendo un suo tesoro nascosto tra quelle mura.

 

Leggende più macabre e paurose avvolgono quei muri partendo dall’esistenza di due pozzi all’interno di questo. Da uno di questi  i Visconti gettavano non solo i nemici catturati in battaglia ma anche gli ospiti considerati indesiderati .Altri ancora venivano rinchiusi nella famigerata  “stanza della goccia”, ricavata in una grotta umida dal cui soffitto cadevano continuamente piccole quantità di acqua.

Il prigioniero veniva posto sotto uno dei punti di caduta delle  gocce che gli scavavano lentamente il cranio, provocandogli una morte atroce. Su alcune pareti dei sotterranei si possono ancora notare strane  macchie rosse. Si narra che sia il sangue delle  persone morte lì sotto e  che sgorghi ancora dalla roccia quale monito  agli uomini di oggi per  quei tristi e nefasti momenti.

 

A questa leggenda è in qualche modo legata la storia della giovane figlia di Bernabò Visconti il quale come abbiamo già ricordato, venne imprigionato nelle stesse prigioni da lui concepite e morto a seguito di avvelenamento provocato da fagioli da parte del nipote Gian Galeazzo.

Questa ragazza venne rinchiusa in una segreta del castello, colpevole di essersi innamorata di un giovane stalliere il quale, a sua volta, fu ucciso nel tentativo di difenderla. Si narra che il suo corpo fu posto nella stessa stanza in cui venne rinchiusa la ragazza e che questa morì a forza di gridare pietà, ma quella cella era stata costruita in maniera che da questa non si potesse udire nessuna voce.

 

La storia più singolare che si deve a questo castello è il ritrovamento di una tomba di origine longobarda e che fu definita ‘la tomba di Rodchis’. Da questa vennero riportate alla luce i resti di un soldato la cui statura superava i 2 metri e 50 centimetri, altezza che gli provocò la piegatura delle gambe nel momento della composizione del corpo nella bara.

 

 

GPS: 45° 36' 39,30'' N

 

          9° 31' 19,93''  E

 

 

 

-A4 uscita Trezzo

 

 

 

Sosta:solo parcheggi lungo il fiume

 

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'