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Castel Trosino

Castel Trosino - Camperarcobaleno

Angolo di mondo dal sapore medievale

 

 

 

Castel Trosino è uno dei  luoghi più affascinanti situato vicino ad Ascoli Piceno.

Il piccolo borgo di origini medioevali è stato nei secoli importantissimo quale luogo di comunicazione tra i valichi dell’ Appennino e il mare Adriatico poiché da qui  passava l'originale strada consolare Salaria.

L’intero borgo è arroccato su uno scoglio di travertino che domina la valle del Castellano con il torrente che da questo prende il nome.

Questo tipo di pietra era molto usata dall’architettura romana e si presume che da è questi luoghi, da varie ed vaste cave, che veniva estratto questo materiale così pregiato.

Ma la storia dell’intera zona era già conosciuta e vissuta molto prima dell’arrivo dei romani e grazie a vari scavi sono stati rinvenuti punte di frecce, resti di ossa di animali e raschiatoi che  determinano la presenza umana già nel periodo neolitico.

La presenza romana fu comunque determinante per l’intera zona anche se non si è a conoscenza della presenza di insediamenti e di case ed edifici, ma rimane indubbia la conferma della loro presenza per le storiche "acque salmacine", un tipo di acqua  sulfurea che sgorga all’incirca a 15 gradi. sotto la rupe di Castel Trosino.

Grazie alle tecniche ingegneristiche proprie di questa antica civiltà, parte di queste acque venivano dirottate verso la città di Ascoli.

Qui Carlo Magno ne volle un importante luogo di avvistamento e di difesa e si vuole la presenza di Manfredi, figlio di Federico II, in una casa che oggi si trova al centro del paese  fino a diventare, nel 1600, un regno abitato e ben difeso da bande di banditi

Ma è con l’invasione di  Faroaldo, Re Longobardo, e la conquista di Castel Trosino prima e la distruzione di Ascoli che questo luogo diviene un luogo di importanza storica.

 Infatti questa popolazione  si insediò  per diversi secoli,  prova indubbia di questo è nella presenza della  "necropoli barbarica" vicino alla Chiesa di S. Stefano.

La strada che porta a questo arroccato borgo è completamente immersa in una natura selvaggia e dirompente anche nei mesi più freddi invernali, anche quando il sole riesce a malapena accarezzare con i suoi raggi lividi la torre della chiesa.

Il silenzio regna in questo angolo di mondo, non solo perché la nostra visita è invernale ma perché  per troppo tempo questo borgo è stato abbandonato dall’uomo che oggi cerca di far rinascere con i suoi momenti culturali e turistici.

Lasciamo il camper fuori dall’ingresso del paese, mediante una strada lastricata pedonale ci viene incontro la porta di ingresso che si presenta con un arco a tutto sesto in un tutt’uno con le antiche mura.

Splendide vie ci accolgono in una atmosfera quasi rarefatta, il nostro respiro emesso si fa subito vapore e il freddo, pungente, nonostante un cielo terso di fine novembre. Ci scopriamo a discorrere a mezza voce per non rompere questo silenzio che fa rimanere chiuse le persiane delle belle case in pietra restaurate, i molteplici vasi di geranei che nell’estate passata hanno decorato ogni angolo e ogni terrazza, sia quelle in pietra sia quelle in legno.

Qualche giardino spunta dietro ad un cancello di ferro battuto, giardini dall’erba rasa che accolgono riparati vasi di piante di limone, di bouganville e qualche antico pozzo il cui merito un tempoera quello di portar acqua e oggi si trasforma in luogo di ritrovo dove trascorrere ore liete.

Alcune porte in legno usurate dal tempo e chiuse da catenacci sobbalzano al minimo mutar del vento tra queste pietre che sorreggono da millenni questo teatro, dove uno stemma di una locanda annota la sua chiusura per tutto il periodo in cui la neve e il freddo saranno padroni del luogo.

La curiosità e lo stupore cresce nel tentativo di sgattaiolare lungo scalette racchiuse tra muri vicinissimi l’uno all’altro tanto che spesso le nostre braccia devono scivolare lungo il proprio corpo per poter passare con più agilità e senza lasciare poco piacevoli strappi sui nostri piumoni.

Poi la magnificenza di un paesaggio sublime e inviolato che tutto intorno si scaglia  contro i piccoli terrazzamenti sporgenti ingrati su questi dirupi, per salutare laggiù in fondo, nella valle, lo scorrere lento del fiume e la diga di Talvacchia

 

(A.L. Settembre 2016)

 

 

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