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Carducci racconta

La Certosa di Bologna
Carducci racconta - Camperarcobaleno

La Certosa di Bologna

 

 

Non vi è nessun dubbio, tra i luoghi cari al professore, insieme alle ‘solenni strade  porticate’, alle ‘piazze austere e solitarie’ vi è anche la città dei morti che rappresenta, nella sua tragicità, un luogo sconvolgente e quasi fantastico…

Il ‘vate dell’Italia unita’ riposa qui dal 16 febbraio 1907, riposa con la madre Ildegonda, i piccoli figli Francesco e Dante, la moglie Elvira insieme alle figlie Libertà, Beatrice e Laura.

 Lo si incontra nel Campo a lui dedicato, collegato ad un altro che porta il nome di Campo degli Ospedali, luogo dove un tempo venivano sepolti coloro che avevano incontrato la morte per via di qualche malattia infettiva.

 Alla Certosa si ritrovano  altri suoi familiari, amici, allievi,  la vita stessa del poeta e di quella  Bologna post-risorgimentale e  da Campo Carducci si può riscoprire quell’entourage culturale e familiare che ha formato la così detta 'Bologna Carducciana', quella  Bologna della seconda metà dell’Ottocento che leggeva, ascoltava, pensava e viveva il fermento culturale e politico del momento.

Si incontrano anche nomi illustri di un tempo infinito, la famiglia Zanichelli, Letizia Murat Pepoli, figlia di Gioacchino Murat Re di Napoli, Mariele Ventre, Ottorino Respighi, Morandi,  Giovanni Gozzadini  con la moglie Maria Teresa Serego-Alighieri e la figlia, Oreste Regnoli.

Altri nomi ancora, più o meno famosi e tanti altri sconosciuti quali i Caduti delle Guerre Mondiali e uno dei più grandi cantautori del nostro tempo scomparso non molti anni fa.

Il Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna lo ritroviamo appena fuori dal cerchio delle mura della città, ai piedi del Colle della Guardia.

 Costruito su un terreno dove era posto un cimitero etrusco del V secolo a.C. e scoperto quasi per caso nel 1800, sin dal 1300 l’intera area era stata adibita alla fondazione del nucleo monastico di San Girolamo di Casara,  un'imponente costruzione dall’aspetto austero e severo dell’ordine cartesiano.  Chiesa ed edifici erano disadorni con semplici strutture in legno e solo dodici celle destinate ai monaci (dodici quali erano gli apostoli).

Con il suo sviluppo ed ampliamento grazie in parte ad elargizioni papali e donazioni di famiglie nobili, la Certosa raggiunge un notevole splendore tanto che nel 1700 era considerata uno dei più bei monasteri europei attirando a sé molti visitatori e pellegrini.

Con la repressione napoleonica del 1797 si ha però l’allontanamento di tutti i monaci e, con la confisca di tutti beni, viene definitamente chiuso modificando il luogo in cimitero. 

L’atmosfera tragica e umana la si percepisce sin dall’ingresso del Voltone dei  Dotti, del 1768, via per accedere al Cortile della Chiesa di San Girolamo e al portico.

Quest’ultimo è stato ampliato nel corso del tempo come l’antico chiostro della foresteria, ampliamento ben visibile dalla diversità del colonnato.

Labirinti di corridoi e chiostri denotano il continuo svolgersi di modifiche dovute alla borghesia bolognese che anche in questo triste frangente necessitava di distinguersi dalle altre fasce sociali, commissionando opere scultoree di altissimo pregio.

Ma alla Certosa di Bologna non esistono solo memorie scultoree, qui vi è la presenza di tombe decorate a tempera che in qualche modo proponevano al committente un costo minore rispetto all’arte funeraria statuaria.

I gesti, i drappeggi, le linee dei volti insieme alle rigature del tempo e della pioggia, svelano da un lato la pochezza della vita e dall’altro la ricerca di infinito.

Le opere maggiormente toccanti sono forse quelle dei bimbi con i loro sguardi, con i loro gesti d’amore e di affetto, riccioli ribelli ed espressioni birichine, smorfie e baci, gioco e stupore che si fanno portatori della tragicità della vita.

 

 

‘Amo Bologna, per i falli, per gli errori, gli spropositi della gioventù che qui lietamente commisi e dei quali non so pentirmi. L’amo per gli amori e i dolori, dei quali essa, la nobile città, mi serba ricordi nelle sue contrade, mi serba la religione nella sua Certosa’. Così Carducci scriveva nel lontano 1888…

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. J. Saramago 'Viaggio in Portogallo'